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SPECIALE MILANO - SANREMO 2008

 

Corsa dura sin dalle prime battute. Se ne vanno in quattro di buon mattino, resisteranno sino alla Cipressa.

 

Corsa dura sulle Manie dove la Lampre impone il ritmo. Petacchi e Mc Ewen si attardano e si comincia a dubitare del volatone finale.

MISSILE CANCELLARA

In cinque verso il Poggio con Rebellin, Bettini e Savoldelli, ma dietro si muovono Liquigas e CSC. Tutto da rifare.

Ancora Rebellin sul Poggio, Gasparotto porta via un gruppo con Cancellara dentro. Lo Svizzero parte come un missile sull'Aurelia. Partita chiusa per tutti.

Gasparotto era accreditato di buone possibilità alla partenza. Sul Poggio ha provato uno scatto che è risultato decisivo per la selezione del gruppetto vincente ma che non gli ha consentito di chiudere la partita.

Foto Francesco Lorio

Ecco la prima fuga di giornata condotta da Belohvisciks. I quattro sono stati protagonisti indiscussi sino alle Manie, dove D'Andrea si è staccato ed il vantaggio ha cominciato a scendere vistosamente. La fuga è stata ripresa sulle prime rampe della Cipressa.

Foto Massimo Botturi / www.milansanremo.co.uk

Eros Capecchi si avvicina all'ammiraglia Saunier Duval per una breve chiaccherata. Il viaggio del nostro Ecco un punto di vista davvero particolare!

Foto Ed Hood / www.pezcyclingnews.com

Un'altra splendida immagine dalla strada. Siamo sulle Manie e Bruseghin sta dando fondo alle sue energie imponendo un forcing decisivo per la corsa.

Foto Marco Balostro

Seguire la Milano - Sanremo è di per se un’esperienza molto coinvolgente ma difficile da documentare; esistono mille sfaccettature e mille punti di vista, ognuno dei quali possiede fascino a sufficienza per raccontare l’evento. Il nostro amico Edmond Hood ha avuto la fortuna di salire sull’ammiraglia della Saunier Duval e di coprire l’intero percorso da quella invidiabile posizione. Pur non essendo mai riuscito a vedere la testa della corsa (ma saltuariamente soltanto la coda) può davvero raccontarci cosa vuol dire andare, in un sabato di Pasqua, da Milano a Sanremo.

Quello che segue è una libera traduzione del racconto originale di Edmond Hood pubblicato su www.pezcyclingnews.com dal maestro Richard Pestes.

Il Direttore Sportivo Pietro Algeri ride sorpreso quando gli dico che Marlene, la mia compagna, si è raccomandata di guidare con prudenza – “Tutti gli Italiani guidano come dei matti, ma devi dire a questo di calmarsi, perché su quell’auto ci sei tu!” – aveva detto la sera prima.
C’è un sole brillante che comincia a scaldare l’aria ancora gelida quando lasciamo il Castello ed è emozionante sentire la macchina in rullaggio. Sono seduto sul sedile anteriore destro e mi sto godendo tutto.
Alla partenza la folla era tutta radunata sotto il motor home della Quick Step sebbene non vi fosse traccia ne di Paolo ne di Tom (Bettini e Boonen). Io mi sono allora dedicato alla Milram riuscendo a fotografare sia Ale che Erik (Petacchi e Zabel). Oscar (Freire) invece l’ho scorto appena mentre scivolava, rilassato e anonimo, tra le ammiraglie, quasi fosse uno qualsiasi.
Se avessi dovuto azzardare un pronostico avrei detto Gasparotto (senza nulla togliere a Freire, Hushovd e Cancellara, i favoriti “ufficiali”).
Si passa per le vie del centro di Milano con la pavimentazione in porfido e mi accorgo che da dietro rinvengono gruppi di cicloamatori che si accodano. Arrivati in periferia si parte davvero e la velocità subito schizza sopra i 50 km/h. In questa fase riesco a vedere soltanto l’ammiraglia della LPR che ci precede ed è raro gettare lo sguardo oltre per scrutare la coda del gruppo. Attraversiamo Pavia ai 60 km/h mentre ho appena il tempo di accorgermi di un gruppo di belle ragazze che salutano tutte le ammiraglie… anche noi. Pietro (Algeri) ed Andrea (il meccanico che se ne sta seduto dietro con un paio di Mavic) sono troppo “duri” per distrarsi ma io non resisto e mi volto verso di loro.
Alcuni corridori sostano al bordo strada per fare pipì ed altri passano tra le ammiraglie. E’ un momento di relax ma non per noi che sgusciamo tra un’ammiraglia ed un’altra senza sosta. Passa anche Di Luca, che saluta Pietro. Uno dei nostro, Eros Capecchi, si appoggia per una breve chiacchierata e mi stupisce il suo gesticolare mentre col solo gomito è appoggiato allo sportello… “questi Italiani – mi dico – non sanno davvero esprimersi, senza usare braccia e mani!”.
Quattro in fuga, la radio ne gracchia i nomi ripetendone numero di gara e squadra di appartenenza. Savini, D’Andrea, Frischkorn e Belohvosciks che è uno dei nostri. Il gruppo rallenta un po’ e adesso non si viaggia oltre i 40 km/h e qualche altro corridore ne approfitta per una sosta a bordo strada. Raggiungiamo Casteggio e mi accorgo che la gente sulla strada è sempre più numerosa; Pietro decide di raggiungere i fuggitivi e mentre passiamo la testa del gruppo noto Wegmann ancora coperto da gambali come in partenza.
Attraversiamo a tutta birra Voghera e sembra quasi che la città si sia fermata per guardare la corsa… sono tutti in strada! Il vantaggio dei fuggitivi è salito quasi subito ad un quarto d’ora e noi corriamo, corriamo e corriamo senza riuscire a raggiungerli. Ad un certo punto ci fermiamo e la ragione di questa scappatella dal gruppo si palesa… un pizza stop!. Ci fermiamo ad un locale d’asporto e ci godiamo la bella giornata di primavera. Il gruppo ci raggiunge ed è una lunghissima fila di corridori che adesso ci danno dentro ad inseguire con Milram, Rabobank e Lampre in testa.
Poco dopo però, assistiamo nuovamente ad una nuova sosta pipì del gruppo che è così costretto a rallentare. Fora il nostro Manuele Mori ma l’incidente viene risolto con molta calma da Andrea e da Pietro che regala una generosa spinta al corridore che deve ripartire.
Il sole adesso è alto e fa anche caldo. Sono le 12:30 quando vediamo le prime cime dell’Appennino dopo tanta pianura ed agli alti edifici sin’ora attraversati si sostituiscono i fiori di ciliegio che colorano la campagna. Siamo ad Ovada, ed abbiamo coperto appena 120 km. La fuga ha ancora una dozzina di minuti di vantaggio ed il gruppo ha ricominciato a pedalare forte; anche in salita la velocità difficilmente scende sotto i 40 km/h. Passiamo nella zona rifornimento di Campo Ligure e mi godo lo spettacolo dei tifosi che si contendono borracce e sacchetti sponsorizzati lasciati dai corridori. Passiamo Ballan che ci ripassa a doppia velocità; comprendo così che siamo in una fase delicata di gara e finalmente attacchiamo la salita del Turchino che non sarà chissà quale montagna ma presenta pur sempre passaggi impegnativi tanto che immagino che in qualsiasi altra gara avrei visto gente che si staccava. Non qui: alla Sanremo si stringono i denti davanti agli occhi di tutto il mondo!
Passiamo il tunnel in cima e ci buttiamo in discesa. Discesa veloce e piena di curve, ma ben asfaltata.
Genova, il mare. L’azzurro domina questo quadro eppure I corridori rovinano tutto fermandosi nuovamente a fare pipì. Cominciaq un andirivieni di mantelline, bottiglie, rincorse, grida. Sembra di stare dentro un pazzo videogioco! Un corridore della High Road ce l’ha con noi e grida un improperio scambiandoci per Francesi… non mi pare il momento di puntualizzare che io sono Scozzese ed alla guida c’è un Italiano. Backstead intanto recupera da dietro Millar che si era attardato. Lo Svedese è impressionante per stazza fisica specialmente quando lo vediamo svettare attorno a tutti gli altri. Questa follia continua nei tunnel della Riviera e sebbene io sia convinto che, prima o poi, ne metteremo uno sotto, Pietro guida tranquillo per nulla impressionato da ciò che lo circonda.
A Cogoleto ci fermiamo anche noi per una breve sosta. Dura poco; la corsa per recuperare il nostro posto è ancora più spaventosa.
Attraversiamo piccoli paesi, scorgiamo scogliere, baie, spiagge e monti. Gente – gente dappertutto e di tutte le età. Ad un certo punto vediamo il gruppo davanti a noi. Compatto, nervoso, deciso. Questa non è solo una corsa. E’ leggenda!
Savona, 183 km coperti. Là davanti hanno ancora 10 minuti. “Arrivano?” – chiedo a Pietro. “ Forse, ma gli ultimi 100 chilometri sono davvero difficili”. A Bergeggi la velocità aumenta ancora sino a 60 km/h. Attacchiamo la nuova salita, Le Manie, dopo una curva stretta ed assassina nel centro storico di Noli. Qualcuno si stacca e probabilmente non rientra più. La salita semnra difficile ma ci sono ancora più di due ore al traguardo. La discesa fa ancora più selezione e ci lasciamo dietro un gruppo che sarà di 50 corridori, tra i quali riconosco il velocista Napolitano.
Torniamo sulla costa e non resisto all’idea di immaginarmi su una di quelle spiagge. Il vento soffia forte dal mare e la velocità è fissa sui 60 km/h; sembra quasi che lo strumento si sia rotto.
Adesso godiamo addirittura della diretta TV in automobile ed il quadro mi appare decisamente più chiaro. Lampre, Liquigas e Quick Step tirano il gruppo mentre davanti sono rimasti in tre. D’Andrea è rimasto staccato.
A Ceriale attraversiamo la seconda zona di rifornimento. E’ curioso notare come, nel gruppo, quelli davanti ne approfittano anche per una breve sosta mentre per chi sta dietro tutto si complica. E’ una fase molto concitata con bottiglie e sacchetti che rotolano. Scorgo Bettini, il campione del mondo, impegnato con il suo sacchetto rifornimento. Poi ci passano anche Freire e Petacchi che si erano fermati.
Ad Alassio è nuvoloso e Pietro ricorda ai suoi che Capo Mele si avvicina. Su quella salita attacca Rovny. Si tratta poco più di un dente ma deve essere dura dopo sei ore e mezza. Intanto davanti a noi la moto TV sta intervistando il conducente dell’ammiraglia LPR non senza qualche manovra ardita.
Ad Andora Pietro cambia canale per guardarsi i risultati delle partite di calcio mentre sotto le ruote passa anche il Cervo. Il Berta è il più duro dei tre Capi e Steegmans si arrende quasi subito e la TV continua a trasmettere le immagine della corsa che da qui dietro soltanto intuiamo. Quelli del mattino sono ancora in fuga e ad un certo punto Pietro elogia il suo corridore in fuga, Belohvosciks, che riesce ancora a rilanciare l’azione.

La Cipressa è un budello e cominciamo a superare un mucchio di corridori tra i quali Bruseghin ed anche Belohvosciks che sino a poco fa era in testa. La TV ci mostra gli attacchi in testa al gruppo mentre scendiamo a rotta di collo verso l’azzurro intenso del mare. Manca adesso solo il Poggio. Riconosco la galleria che lo precede e non riesco a trattenere le gambe che traballano all’impazzata per l’emozione. Il Poggio comincia e mi stupisce per tutte le serre che si affacciano sui suoi tornanti. Ci siamo, bivio a destra e si comincia. Passiamo O’Grady e Bettini mentre non so più se guardare le immagini in TV o tutto ciò che mi circonda. Parte l’attacco mentre noi fendiamo la folla entusiasta. Ci tuffiamo a Sanremo mentre occhi ed orecchie sono tutti per ciò che accade là davanti. Parte Cancellara mentre noi non siamo neppure ancora sull’Aurelia. Sono più di sette ore eppure è stato un attimo soltanto a decidere la corsa.

Edmond Hood

I PAZZI CHE VANNO IN FUGA

Davanti l’aria diventa un muro e le gambe non ce la fanno più. Chilometro dopo chilometro la fatica aumenta e non si trova modo di smaltirla. Pochi punti di riferimento; tanta, troppa pianura. Il Turchino è un gigante; la valle è stretta ed il vento è contrario. Gli strappi tra Arenzano e Savona sono frustate dolorose ai polpacci. Davanti è dura perché il vantaggio non da alcuna speranza e continua a scendere. I pazzi che vanno in fuga, lo sanno soltanto loro quel che costa, un’azione del genere; eppure la gente a bordo strada si entusiasma al loro passaggio e si scompone cercando per loro un gesto od un incitamento che possa in qualche modo regalar loro un metro di strada. I fuggitivi sono delle perfette staffette della corsa che arriva e che, di chilometro in chilometro, diventa sempre più attesa. Loro sono fuori dalla corsa vera; quella dei “grandi”.

I fuggitivi del 2004 scavalcano il Turchino nella nebbia. Nicolas Portal (Ag2R Prevoyance), Antonio Tauler (Illes Balears), Ludo Dierckxsens (Landbouwkrediet-Colnago), Giulio Tomi (Vini Caldirola) e Carlos Barredo (Liberty Seguros) meritano l'onore della menzione.

Troppo piccoli, al cospetto dei giganti del pedale, che dietro, sonnecchiano nella pancia di un plotone talmente compatto e veloce da sembrare un treno. Loro, davanti, si inarcano ad ogni piccolo dislivello e ondeggiano le loro spalle quasi cercassero un modo di scrollarsi un peso dalla schiena; quanto è lontana Sanremo! I pazzi che vanno in fuga corrono una gara che finisce quando quella dei campioni deve ancora cominciare, e per loro la speranza di durare sino all’inizio delle riprese televisive è talvolta l’unico appiglio per non mollare tutto. La loro corsa è invisibile ed è fatta anche di una ricerca interiore di stimoli. Partono per arrivare sul Turchino, si buttano per primi in Riviera, cercando di raggiungere Savona. Imperia è maledettamente lontana e Sanremo non esiste neppure nei loro pensieri. Saltano Capo Noli mentre la gente riemerge dalle tavole e si butta in strada per vedere il passaggio. Laigueglia è il traguardo successivo ma il vento aumenta; Capo Mele è una

rampa micidiale ed Imperia è ancora troppo lontana. I pazzi che vanno in fuga non sentono neppure le urla dei tifosi sulla strada ma si accorgono che al loro passaggio la gente fa scattare i cronometri, e a loro pare quasi un gesto di sfiducia, pare quasi che si scommetta sul destino di quei minuti che erano riusciti ad accumulare con tanta fatica; erano addirittura più di venti sino a poco prima e adesso sono poco spiccioli, talmente pochi da averne vergogna. I pazzi che vanno in fuga si inventano strane funzioni matematiche per cercare di capire quando verranno ripresi; fanno calcoli sui chilometri da fare e quelli già fatti interrogandosi di continuo riguardo al momento in cui vedranno il gruppo arrivare da dietro.

Si chiedono se riusciranno almeno a tenerne le ruote. Quando le macchine e le moto li sorpassano sanno che manca poco, e si voltano. In quel momento, e solo in quello, ricordano allora tutti i volti di chi li ha applauditi, e di chi li ha aspettati sulla strada. Il gruppo sfreccia troppo veloce per tentare di infilarsi dentro, quasi che gli si neghi la possibilità di respirare a ruota, ma nei loro occhi c’è ancora tutta quella gente che sul Turchino urlava ed urlava, c’è ancora il grido di un ragazzino che si confonde al gesto di un anziano diventando un unico straccio di memoria.

Lo scorso anno la fuga si è spenta poco dopo il Berta. Hernandez (Euskadi), Kunitski (Acqua & Sapone), Brutt (Tinkoff), e Sella (Panaria) sono i reduci di sei che se ne erano andati prima di Novi Ligure. Nell'immagine il loro passaggio ad Andora.

I pazzi che erano andati in fuga rimangono così soli, e non vedono più neppure la coda del gruppo; è un continuo sorpasso di ammiraglie. Vorrebbero allora tornare indietro e cercare di ascoltare ancora una volta tutte quelle grida, di vedere ancora una volta tutta quella gente che era sulla strada e magari allungare il braccio per ringraziarli di tutto quell’affetto. Vorrebbero provarci ancora e spendere meglio le loro energie, per arrivare ancora un po’ più avanti. Sono stati davanti alla corsa tutto il giorno e adesso la distanza non fa più paura. Sanremo è ancora troppo lontana, ma a questo punto, a loro, non importa davvero più nulla.

LUPI SOLITARI: PUNTO TECNICO

L’ultimo lupo solitario è stato Gobbi nel 2000 che partì al km 50 (più o meno) quando all’arrivo ne mancavano più di duecento. Rimase in testa per oltre 170 km sino a che, esausto, fu ripreso dal gruppo. Il suo vantaggio massimo sfiorò, ad Ovada, la mezz’ora; eppure, anche quel giorno tutti erano certi che il coraggioso fuggitivo sarebbe stato ripreso. Perché?

Il vantaggio di Gobbi sfiora ancora la mezz'ora quando transita solitario sul Turchino. E' l'anno 2000.

La Milano – Sanremo è una corsa strana. Lunga quasi trecento chilometri. In una corsa così la gestione delle energie è fondamentale. Ne sa qualcosa Salvato che nel 1995 si “sciroppò” 223 km di fuga solitaria. Quasi gli riuscì, a Salvato, il gran colpo che manca da una vita eppure anche quella volta il gruppo riprese la lepre e cancellò in un colpo una bella storia di strada.
Era il 1992 quando un altro coraggioso, Convalle, ci aveva provato. Anche lui aveva oltre venti minuti in cima al Turchino ma, quel giorno, a Sanremo non arrivò mai visto che si ritirò, esausto, in Riviera. L’anno dopo fu Mario Chiesa a provarci, proprio nell’anno di “Mani Pulite”, cosicché a bordo strada diventava facile ironizzare sul fatto che Chiesa fosse in fuga…
Nel 1990 fu addirittura metà gruppo ad andare in fuga a Pavia approfittando di un ventaglio improvviso. A Savona la seconda parte del plotone si ritirò dopo aver subito l’umiliazione di un pesantissimo ritardo. Negli ultimi sette anni si sono invece alternati piccoli drappelli di coraggiosi. Nessuno di questi ha però mai veramente “rischiato” di vincere. Si è sempre avuta la sensazione che il gruppo fosse in grado di controllare al meglio la situazione. Quest’anno, con l’inserimento delle Manie, cambiano gli equilibri ed i disegni logici. Forse avrà ancor meno senso anticipare le azioni che, probabilmente, avrebbero più fortuna partendo nei pressi del Turchino. Chissà che sia la volta buona.

 

PASSO DEL TURCHINO: IL PUNTO TECNICO

Un immagine della Sanremo 2007 con il gruppo che pedala lungo il fiume Stura verso il Passo del Turchino.

I corridori passeranno attraverso la galleria del Turchino poco dopo l’una; quasi senza accorgersene.  Sotto le ruote metà del viaggio sarà già passato eppure non sarà successo praticamente nulla. Sono lontani i tempi in cui la “montagna” della Sanremo decideva la corsa; si parla oramai di tempi remoti, di un’altra corsa. Eppure, nonostante tutto, i grandi favoriti non mancheranno di presentarsi davanti allo scollina mento. La salita del Turchino segna infatti il primo passaggio delicato di una gara infinita. Il gruppo nella lunga discesa verso Voltri si allunga come un lungo serpente; quasi un chilometro divide il primo dall’ultimo quando si giunge in Riviera. In quei frangenti basta un inezia a creare un “buco” che per essere chiuso necessita poi di una fatica supplementare. In una corsa di oltre sette ore gli equilibri sono delicatissimi e nessuno su può permettere di spendere troppo. Ecco spiegata la presenza della “crema” allo scollina mento. Noi vogliamo credere la ragione tecnica sin qui esposta non sia l’unica e che questo assembramento di grandi firme nelle prime posizioni prime del tunnel sia quasi un tributo alla “grande montagna” di questa corsa. Sarà l’una passata, dunque, ed i favoriti si guarderanno per la prima volta negli occhi pedalando l’uno di fianco all’altro mentre la strada curverà sulla dorsale destra della valle sfiorando l’autostrada. Davanti due o tre gregari a fare l’andature e dietro tutti loro, in grandi, a fare le prove di ciò che accadrà più avanti, su Cipressa e Poggio. Forse allo scoperto ci saranno già dei fuggitivi con il destino segnato o forse qualcuno cercherà il colpo a sorpresa nella discesa cercando di emulare Chiappucci che nel 1991 riuscì ad anticipare tutti, forse… Ci saranno comunque i tifosi che lassù non mancano mai, gli anziani, che salivano anche da giovani e provano a ricordare gli anni in bianco e neri, persino i curiosi di passaggio o chi, comunque non vuole perdersi il passaggio più suggestivo della Classicissima e chi giustamente è convinto che, comunque vada sarà, come sempre, un grande spettacolo sportivo.

Il passaggio del gruppo in vetta con tutti i migliori davanti. E' il 1999 e si scorgono Bartoli, Jalabert e Vandenbroucke

 

LETTERA DA UN TUNNEL

… o forse è stato il vento, non lo so; so che qui sono già stato cento volte almeno. Oggi ho viaggiato, come facevo una volta; oggi ho cantato. Mentre pedalavo in salita dentro di me cantavo; come facevo una volta. Il rumore delle gomme sull’asfalto, ed il suono metallico della catena che salta sono talmente familiari da far parte della stessa musica. Tutto qui sa di passato; come quel bivio, che non so dove porta. Come quello slargo dove un tempo ruppi la bicicletta e poi rimasi a piedi per ore senza sapere come tornare. Ricordo la prima volta che son salito fin quassù, quella volta che gli alberi già avevano le foglie, mentre ora sono spogli come scheletri. Era stato emozionante allontanarsi così da casa ed attraversare tanti paesi che parevano lontani. Ovada, Rossiglione, Masone. Ricordo gli anziani che mi seguivano con lo sguardo dalle panchine eppure non ricordo la fatica che faceva; quella, chissà perché, non la ricordo mai. Poi ricordo di quando è cominciata l’ultima salita verso il passo e di quando ho letto una scritta che indicava gli ultimi cento metri. La galleria; di lì si va al mare. Si va a Sanremo. Quante volte, quante volte. E più il tempo passa più mi rendo conto di tutto ciò che si è perso negli angoli della memoria per non averlo raccontato; eppure è inutile raccontare, raccontare della rabbia di essere piccoli e di non poter fuggire. E allora la bici, e l’odore di pino dietro quella curva ed il caldo che c’è in quel posto d’estate, ed il freddo che ho preso quella volta ed il morso immaginario che stringevo con i denti per il dolore dopo che ero scivolato ed io che fuggivo e continuavo a fuggire. Vivo, per sentire la fatica ed il male di quando si rimane staccati ed hai paura ed il cuore che batte forte senza più sentire le gambe ma non si può smettere di pedalare ed allora con lo sguardo su verso il passo. Da quando avevo sedici anni sono qui, a parlare a questo tunnel dove la corrente soffia a volte per un verso altre per l’altro quasi fosse il respiro della corsa che giunge sempre più vicina. No, io non sono cambiato, anche se tutto è cambiato nel tempo. Ci sono. Perché provo questa emozione ed ancora oggi voglio piangere quando vedo la Sanremo, come ho pianto quella volta, la prima. Perché stamane, quando ho preso la bici, mi batteva forte il cuore, proprio come allora. E poi giù, a rotta di collo per vedere i corridori alla televisione, e loro che già sono sul mare. Oggi mi sento un po’ bambino e vorrei che tu capissi. Capissi di come mi sono sentito quella volta a pochi passi da casa, quando rimasi senza più forze e per tutto quel tempo sentivo soltanto il suono del cuore che diceva “Spingi, spingi, spingi!”. Del tempo in cui sul tavolo sedevano i ranuncoli in fiore e del ricordo che ho di mia madre in cucina. La ricordo sempre in una cucina. Allora come ricorderanno me? Se questo tempo passa, e lui passa sicuro, cosa rimane del passaggio di chi ha speso ora quassù per nulla, per una corsa che colora il giorno solo per un attimo, e poi svanisce. Di me, chi chi dopo di me, di coloro che c’erano prima e che adesso riempiono le stampe di un tempo dal colore giallo scuro. Brividi.
Deve essere passata la corsa… o forse, era solo il vento.

ANALISI DEL PERCORSO

19 Febbraio 2008 - Cambia volto la Milano Sanremo e questa volta potrebbe essere un cambiamento epocale. Nel 2001 e nel 2002 la corsa fu costretta, a causa di una frana a salire sul Bric Berton disertando il Turchino. Quella modifica sembrava sulla carta poter regalare al percorso quel valore aggiunto che in molti ritengono ormai necessario, vista la difficoltà dei finisseurs ad anticipare i velocisti. Alla prova dei fatti si rivelò una delusione visto che entrambe le edizioni finirono nuovamente allo sprint; il Bric veniva scalato dal gruppo compatto a velocità sostenuta ma senza creare selezione. Oggi, ancora una volta, è una frana su Capo Noli ad offrire una nuova possibilità di cambiamento. Si salirà sull'altopiano Finalese sino alla località Manie per poi buttarsi su Finale Ligure tornando in Riviera. Prima e dopo il percorso sarà quello tradizionale. Eterna pianura sino ad Ovada, il Turchino a risvegliare il gruppo e ad allungarlo come un serpente nella lunghissima discesa, la Riviera Savonese a ricompattarlo. Ma ecco le Manie con il loro carico di novità e mistero. Si riprende il percorso tradizionale a Finale e si prosegue sino ad Alassio. Capi, Cipressa e Poggio per l'ultima ora di grande spettacolo. Con il nuovo inserimento si raggiungono i 298 km di gara che fanno della Sanremo la gara più lunga dell'anno. Tutto fa pensare ad una grandissima edizione; che i corridori onorino la grande tradizione della corsa con attacchi da lontano ed azioni di fantasia!

 

A CHI CONVIENE?

Per una corsa che in cento anni ha fatto soltanto due leggere modifiche al percorso quella dell'inserimento della salita delle Manie è una svolta epocale. A ben guardare si parla di una leggere ascesa a quasi cento chilometri dall'arrivo eppure tutti comprendono quanto questa novità possa pesare nell'economia della gara che adesso sfiora davvero i trecento chilometri. Mai come quest'anno, alla partenza a Milano, Sanremo sembrerà lontanissima. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto recitare sempre lo stesso copione. Attacco di pochi coraggiosi tra Pavia e Novi Ligure che guadagnano quarti d'ora sino al Turchino e che, sfiniti, si arrendono al gruppo ancor prima della Cipressa. Grande tensione per le azioni dell'ultima mezz'ora di gara che si spengono nello spazio di pochi chilometri e sprint finale per i velocisti di fondo rimasti in gruppo. Cosa cambia con le Manie? Praticamente tutto. Questa salita sembra essere stata disegnata apposta per sbilanciare equilibri decennali, per sconvolgere tattiche e tabelle. Il gruppo si troverà sui pedali proprio nella fase in cui, tradizionalmente, cominciava il "rullaggio" per poi prendere il volo in vista di Alassio e dei Capi. Non dobbiamo certamente attenderci attacchi particolari sulla nuova asperità. Non sarà il momento dei grandi favoriti, per intenderci. Eppure sarà il primo esame per i velocisti; un esame che arriva troppo presto, che li scuoterà troppo presto. Qualche squadra, forse, cercherà addirittura di isolarli. Ma, soprattutto, le Manie offrono oggi, ai grandi cacciatori di Classiche ed agli attaccanti, un buon motivo per crederci davvero. Come ormai non succedeva più da tempo. Allora ci rivolgiamo a loro, a chi ha gambe e coraggio affinchè ci mostri una volta di più cosa può mostrare il ciclismo. Che la corsa si infiammi e che diventi fuoco, che poi ci si gioca tutto sul Poggio.

PS - La domanda che fa da titolo presuppone una risposta scontata. Conviene a noi tifosi che non vediamo l'ora di gustarci una grandissima Sanremo!

ETERNA EMOZIONE

Guardate questo documento straordinario. Si tratta di un numero speciale di "Sport Illustrato" dedicato alla presentazione della Milano - Sanremo del 1940 o, se preferite, del XVIII anno fascista, come ben segnalato in copertina. Campeggia l'immagine di Bartali in azione su Capo Berta, vincitore dell'edizione precedente. Si tratta di uno splendido inserto, ricco di fotografie e commenti. Al suo interno abbiamo trovato un articolo di Alfonso Spinelli dall'impronta modernissima di cui riportiamo di seguito gli stralci più significativi. E' una vera e propria ode alla corsa che tanto amiamo; un cantico che non ha età, una prova tangibile della solidità di questo avvenimento che è capace di mantenere nel tempo lo stesso fascino, la stessa emozione. Certamente allora la Classicissima era un evento ancor più popolare di quanto non lo sia ancor oggi eppure nessun altra gara in linea Italiana è riuscita a conservare un tale legame con il passato. Siamo pronti, anche quest'anno, all'abbraccio della Primavera...

 

Da Sport Illustrato - La 33a Milano - Sanremo Km 281,5 19 Marzo 1940 - XVIII

di Alfonso Spinelli

"La corsa della <<rosea>> è quasi un rito, è quasi una favola per persone grandi, è quasi un avvenimento sacro per noi della bicicletta: è certamente la più attesa festa popolare del più popolare tra gli sport moderni chè essa nasce dalla primavera come profumo col fiore, indescrivibile calamita di folle."

"Un regista di cospicuo intelletto e di eccezionale buon gusto non potrebbe materialmente comporre una simile elettrizzante sinfonia di colori e di scorci pittorici; non potrebbe riprodurre una tale somma di contrasti con l'inverno Milanese ed il clima di San Remo, con le nebbie lombarde ed il sole della Riviera, con l'operosità della metropoli ed i riposi della città fortunata; non potrebbe inscenare, il nostro regista, gli episodi romanzati ed i capitoli palpitanti che si scrivono sul nastro grigio che dalla Madonnina va incontro ai paesi del sorriso, alle ville piene di luce, al mare azzurrissimo, alle palme pittoresche ed ai viali silenziosi della nostra metaciclistica prediletta"

"Non la vediamo tutti coi medesimi occhi perchè ognuno di noi ha la sua sensibilità, la sua epidermide, la sua volontà ragionante, la sua nascosta valvola di commozione, il suo intimo <<io>> composto di tante corde umane e sezionato in multipli congegni motori."

"Un amico sognatore e vagabondo per professione l'ama per il Turchino, per questo bel nome di valico che sembra la pedana azzurra della buona stagione, delle gare affascinanti, dei panorami incantevoli e delle sospirate vacanze."

"E questa è la poetica favola per persone grandi, paziente lettore, come la vediamo un poco tutti."

NON E' SOLTANTO CICLISMO

La MIlano - Sanremo è già alle porte e poco importa che adesso, in tutto il globo, si stiano dispuntando le prime battute di una stagione lunghissima. Tutto verrà annullato la sera stessa della vigilia. A Milano si partirà da zero ed a Sanremo avremo il primo grande vincitore di primavera. Le stagioni si rincorrono una dietro l'altra ed i ricordi si intrecciano in un nodo a volte lungo da sciogliere, ma è inconfondibile il richiamo del tempo che arriva, che già tormenta visceri e sentimenti di qualunque essere vivente. La primavera è l'unico contesto possibile per la Classicissima perchè il quadro della Riviera innondata di sole è stato suo sin dall'inizio. E' così che è nata ed in questo quadro ha trovato fortuna; per se stessa e per i suoi vincitori. Ecco i paesi di Riviera che assorti sulla scogliera diventano spettatori del passaggio del gruppo. Gli olivi sono cenere che ricopre le colline e gli agavi appuntiti sono gli ultimi ostacoli verso il blu del mare. Sanremo pare un posto così lontano tanto da mantenere il suo fascino esotico, quello che vantava negli anni venti. Le sue strade sono strette ma i suoi giardini ampi e ricchi di alte palme. Per arrivare sin laggiù la corsa attraverserà i borghi addormentati di Riviera: Arenzano, Varazze, Spotorno, Finale, Pietra, Laigueglia, Cervo, Cipressa, Poggio. Posti legati a doppio filo con il mare. Che di mare vivono e muoiono ad ogni alba e ad ogni trmonto. Non vi è angolo di quei luoghi che si possa confondere con nessun'altra marina perchè lo struggente richiamo di Liguria è unico. Una campana che suona dal borgo è capace di raggiungere le terrazze di olivi della valle adiacente attraverso le ripide salite che salgono a gradini verso una cima che non si vede. I muri in pietra cintano la scalinata e dietro quei muri tu sai che si nascondono giardini incantati che si colorano tutto l'anno. Sarà il mese dei mandorli bianchi o quello dei peschi rosa, dei pruni o delle ginestre gialle; quello degli allori o quello dell'uva o dei corbezzoli rossi e dolci. Tu sali e sai che non c'è fine a quella salita e ad ogni cambio di stagione torni come allora quando il tuo passo era incerto ma la tua mano teneva quella di tuo padre che ti prendeva e ti avvicinava al corbezzolo rosso; di quando sapevi che il suono che udivi era quella del campanile grande che segnava i quarti d'ora e, senza neppure voltarti, potevi sapere quante reti erano state distese sotto gli olivi perchè eri rimasto tutto il giorno a guardarle, e sapevi che quella terra ti aveva ormai rapito e che ti saresti abbandonato a lei perchè di tua madre aveva il respiro. Torni così ogni volta alla Sanremo ed alla tua terra ed il tuffo al cuore che ti prende è simile a quello che provavi mentre saltavi per quella scalinata tornando verso casa. L'aria che sa di sale è sempre quella, ma ciò che manca sono le voci di chi non c'è più. E' tutto un mutare su questi gradini che dal mare si perdono tra i giardini.

Alessandro Federico

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