LE STRADE BIANCHE DEL CICLISMO

Il gruppo passa di fianco allo splendido B&B "Il Pozzo di Radi". Vi consiglio una visita.
“A volte mi convinco che il gruppo è dotato d’un calcolatore molto fine. Uno strumento che garantisce la lenta estinzione delle fughe.” – sorride amaro – “Ma so anche che prima o poi sbaglieranno. So che verrà il giorno in cui sbaglieranno, e quello sarà il mio giorno. Sarà il giorno in cui potrò giocare le mie carte”. Il sole è alto e l’aria ha qualcosa che già ricorda la primavera. Sono i primi giorni di Marzo e si parla di ciclismo, di corse e di fughe impossibili. “Io non ho tante armi a disposizione, quindi non mi rimane che attaccare” – Diego Caccia è un corridore che ho sempre ammirato. Non ha paura di osare ed ha una buona tenuta alla distanza; difficilmente sbaglio sui corridori e sono certo che, longilineo e potente, un giorno farà parlare di se. “La davanti devi stare tranquillo, non puoi permetterti errori. Se sbagli paghi ed è un conto pesante; da un momento all’altro ti ritrovi senza energie e rimpiangi il momento in cui hai deciso di salire sulla bici.” – il corridore parla di fatica, di panico. Parla di fuga e di fatica.

Diego Caccia in azione sullo sterrato.
Quando ero ragazzo e prendevo le mie cotte facevo finta di essere in fuga; quelle tarde mattinate di Marzo si riempivano di una sensazione nuova. Svuotarsi dentro; Pian piano. Un giorno rimasi come una statua di sale a bordo strada, senza alcuna energia in corpo. Avrei voluto urlare o piangere ma non ne avevo forza – “I compagni di fuga sono una benedizione ma anche un pericolo. Da un momento all’altro gli sguardi cambiano; da alleati a nemici. E’ uno studio continuo, un gioco di sguardi fatto anche di bluff. Ma devi essere certo che il tuo bluff sia quello buono perché l’altro potrebbe essere ancora una volta più in gamba di te.” – il sole è quello di Marzo e parlo di ciclismo vero con un corridore vero. Lo scorso anno questo si è giocato la Strade Bianche quasi sin sull’arrivo – “Mi presero a quasi dieci dall’arrivo. Questa corsa sembra quasi fatta per me perché in fuga si sta a meraviglia, si possono scegliere le traiettorie migliori e si evitano tutti quegli inconvenienti che capitano a chi si trova intruppato nel gruppo. Accade sempre qualcosa. Un piede a terra, una sbandata.” – “Ci vediamo sullo sterrato?” – “Se ti vedo ti saluto”. Spesso il sogno rende tutto possibile. Il sogno di ripetere una fuga incredibile e, questa volta, di portarla a termine. Vorrei tanto salutare Caccia sullo sterrato e magari ritrovarlo in Piazza del Campo. Ma per stavolta non andrà così.

Le strade bianche del ciclismo.
Una fila di cipressi, una strada bianca, sterrata. Una bicicletta per pedalarci sopra. C'è una casa su quella collina. Sta lassù da centinaia d'anni, e la strada è rimasta come allora. Ora le bici sono gioielli ed il gruppo porta mille colori, ma i cuori di quei ragazzi hanno lo stesso ritmo dei pionieri. I cipressi conoscono questa storia. Se ne stanno ordinati in fila, come se stessero riflettendo su un pensiero importante. Il fumo dei camini invade la valle ed i piatti fondi sono riempiti di ribollita. Il tempo qui non scorre. Folle corsa; veloce per nulla. C'è tutta una vita per cercare di capirla.

Il gruppo sul primo segmento sterrato. La quiete prima della tempesta.
La nuvola di polvere ne sfoca un po’ i contorni, ma la rende leggendaria. Ne sfoca i visi ed i colori delle maglie, e forse rende giustizia al ciclismo. Non vi sono più personaggi sgargianti ma solo uomini forti, e coraggiosi. Chi corre queste strade ama per forza la bicicletta. Quando l’asfalto si interrompe bruscamente s’apre un mondo tutto nuovo. Non sono le solite strade ma sono vie ignote che si perdono per la campagna. Quella strada nessuno sa bene dove vada, rimane lì, ignorata per giorni. Quasi non esiste, non si prende neppure in considerazione. Così una corsa che la percorre furiosamente e ne fa il suo fulcro.

La strada punta vero il cielo per poi scomparire.
Quando giungiamo a Radi è già sera e riesco soltanto ad immaginare le strade. Ne vedo il chiarore mentre i campi attorno si coprono d'oscurità. Ne sento dossi e ghiaia mentre la macchina fila nella campagna desolata. La torre di Radi è solitaria e circondata da cipressi, quasi non si vede. La cena è pronta, la ribollita è nei piatti fondi. Il prosciutto è tagliato spesso ed è dolce. Il vino è rosso. Dentro ho il fuoco della vigilia e non riesco a star fermo; vorrei già calpestare quelle strade, percorrerle di lungo in largo. La stanza ci accoglie con i suoi travi di legno in bella vista. La notte è silenziosa e fredda. Silenziosa la torre di Radi. Le strade bianche attendono e non sanno che stasera già fanno sognare.

La folle discesa del gruppo ridotto orami a gruppetto.
La mattina è di sole e luce. La campagna è nel silenzio e viene inondata di luce. In giro non c’è nessuno, ci sono solo io che passo e ripasso su quelle strade. C’è silenzio che per me sa d’attesa. Ogni bivio mi spinge a scoprire una nuova via e chissà dove andrei a finire se seguissi questo istinto. La torre di Radi se ne sta a guardia di quella minuscola congrega di casette in pietra. In lontananza, di tanto in tanto, si sente il canto d’un gallo mentre, ancor più lontano, il rumore d’un trattore. Fa freddo, ma è quel freddo sano che lambisce il viso e non entra nelle ossa; è una giornata meravigliosa; mentre il mondo che ho attorno ancora dorme io sono qua e mi sento libero da ogni impegno. Non c’è più fretta di dire o fare; questo momento è tutto mio.

Il mare di erba dietro la strada.
La fila di cipressi introduce il tratto più severo di tutti. Sento l’auto che accenna a slittare e dirigo le ruote sulla battigia libera da ghiaia. Il cielo ha l’azzurro di quelle giornate intense, da mal di testa. La luce è aggressiva dei mesi con la erre che fa male se diretta sul capo. La luce è intensa e crea ombre nette e taglienti. E’ l’una del pomeriggio e le strade sono vuote. Questa strada che si inerpica per poi perdere quota è una striscia sul nulla. Ciò che circonda la strada altro non è che un insieme di colori perfettamente miscelati. Altro non è che un disegno perfetto e pertanto non può essere vero.

Ecco l'inizio del terribile segmento 5; da Asciano a Torre a Castello.
La strada viaggia sul nulla. E’ un incubo di curve, di discese paurose e di salite che finiscono in cielo. Si passa persino sopra una ferrovia abbandonata per poi, ovviamente, risalire. Così la in cima i cipressi vegliano seriosi e tranquilli su quello che è un agglomerato di vecchie case. Parrebbe tutto abbandonato. Ma ascoltando bene si odono ancora le grida dei bambini che allora invadevano la strada; anche questo posto dimenticato ha avuto la sua infanzia. Il fiume era là in basso ed i bambini percorrevano la via di terra bianca per andare a lavarsi. Poi tornavano, per la stessa via, più impolverati di prima. Immagino tutto questo mentre il sole mi acceca e l’odore della pelle al sole rinnova un gesto che compio ormai come un rito. Avvicino il dorso della mano al naso per sentire l’odore della mia pelle cotta al sole. E’ lo stesso di quando ero bambino.

I migliori si fanno strada.
La nuvola l’annuncia; è la corsa che si tuffa, senza alcun ritegno, nella discesa che fa paura. Non c’è più alcun pensiero a cui aggrapparsi, ma solo una lunga incontrollata emozione che non riesco a contrastare. Passa veloce la corsa, che quasi è soltanto un idea. Un intenzione. La nuvola la segue come fosse un pensiero che rimane appiccicato e non si riesce a seminare. La corsa ci prova, accelerando e cercando bivi nella campagna più remota. Ma essa, la nuvola, ne fa parte e non è semplice liberarsene.

Le salite hanno a volte pendenze estreme.
Il campione se ne sta col busto eretto, quasi estraneo alle domande, alla confusione, alle fotografie. Pochi metri più in là c’è l’anonimo vincitore che lo ha vinto. Il campione forse si domanda come possa essere accaduto ed armeggia con la lampo della maglia. Ma è soltanto un gesto di rito, quasi automatico che egli compie per tener lontane domande scomode e quasi ad esorcizzare quelle foto. Gli parlano ma egli è altrove o semplicemente non vorrebbe essere lì.

Fabian Cancellara, vincitore due anni fa ed oggi sconfitto.
Il giovane biondo che viene dal Kazakistan gioisce a pugno alzato e quasi non ci crede. Dopo cinque ore di fatica gli sembra quasi troppo semplice. Non lo rivela, ma si chiede se davvero possa meritare la vittoria. Riavvolge il nastro della sua memoria quasi per convincere se stesso che davvero se lo merita, e che davvero doveva andare così. Rivede l’auto che lo ha accompagnato alla partenza la mattina; era freddo ed il bosco era scuro. Forse aveva intravisto un capriolo ma non si sentiva dell’umore giusto per voltarsi. Se n’era stato rinchiuso quasi fino al via perché lassù a Gaiole il sole era spuntato soltanto alla fine. La memoria riaffiora ed emerge sino al momento in cui la ruota anteriore ha toccato il primo sterrato. E’ stato un poco come togliersi un dente perché il pensiero correva sempre a quella ghiaia, ed invece lui si era sentito subito a suo agio.

Il gesto di sorpresa esultanza di Iglinsky sul traguardo di Siena.
Poi, quasi un lampo, gli torna alla mente quel bivio che introduce il quinto sterrato. Di fianco c’è un piccolo cimitero e chissà perché in quel momento aveva pensato ai cimiteri della sua nazione. Aveva pensato che i morti li seppelliscono senza vestiti nella terra argillosa; aveva pensato che quando piove quella terra diventa fango e il putrido che contiene forse si mischia, ma forse si lava. Ed aveva pensato che i cimiteri Italiani sono tristi con tutte quelle caselle in marmo dove il corpo non si mischia alla terra. Poi aveva rimosso questo pensiero e si era buttato a capofitto davanti. Sapeva che era il momento decisivo. Di lì alla fine la sua vista si era ristretta alla strada ed alla ruota degli avversari. Chi gli chiedeva di raccontare non poteva sapere che lui era incosciente di tutto ciò che era accaduto, e quasi glielo devono raccontare. Ha persino dubitato d’aver vinto. Ha avuto qualche remora ad esultare. Nella grande piazza c’era silenzio. Non poteva esultare. Aveva avuto paura di disturbare.

Il gruppo scompare nella polvere...