VENTUNO IN TESTA (storia di una Roubaix)
questa storia è dedicata alla memoria di Franco Ballerini
Non tutte le storie possono avere un lieto fine. Quelle che raccontano delle pietre della Roubaix, non lo hanno quasi mai.
“Vingt-un en tete” – l’anziano mi guarda sorridendo dall’alto dell’argine ed io so di avere un aria interrogativa, forse spaesata – “Vingt-un en tete!”– insiste ed ora sono sicuro che ce l’ha proprio con me. Non mastico il Francese, specialmente a tradimento, ma capisco che ciò che ha detto ha a che fare con la testa. “En tete?” – provo a ripetere, a cercare di capire cosa quel vecchio voglia dirmi, anche se sospetto si stia riferendo alla mia, di testa, che è terribilmente spettinata. Quando i miei capelli superano una certa misura, diciamo, critica, non li tiene più nessuno; specialmente dopo un viaggio di due giorni ed una notte su un cuscino Francese. “En tete, en tete, vingt-un” – insiste l'anziano, ed è chiaro che ce l’ha con i miei capelli ed ancor più chiaro che questo mio insistere ha attirato l’attenzione di tutti gli altri che ora mi guardano con curiosità. Avrei voglia di saltare alla bocca del vecchio e tenerlo muto, se solo tutto questo servisse a qualcosa, ma so di essere ormai entrato in un tunnel di attenzione dal quale non so come uscire. Davvero vorrei tanto possedere un berretto da infilare adesso. Altri a questo punto si fanno avanti – ed io davvero sto per scusarmi del mio aspetto – quando, provvidenzialmente qualcuno mi chiarisce che - “la tete de la course moussier; il son vingt-un” - maledetti loro, parlavano della corsa, ma si, certo, davanti sono in ventuno!– Merci, merci!!” – esclamo con una gioia che nessuno può comprendere; non tanto per l’informazione, quanto per il fatto che nessuno, in fondo, ce l’aveva con i miei capelli.
Ventuno in testa; eccoli che si lanciano giù dal declivio di quella collina. Il paesaggio viene sconvolto dalla follia di questa sfida ardita.
Quievy, quasi mezzogiorno.
E’ passato mezzogiorno ed aspetto la Roubaix. Mai stato quassù prima d’ora;
pianure sterminate e tanta campagna. Strade splendide in mezzo al nulla, e
paesini un po’ tutti uguali dove i finestroni sulla strada ti fanno pensare a
quei quartieri a luci rosse di Amsterdam. Odore di legna e polvere di carbone
per terra. Questi campi sono solcati da qualcosa di speciale. Ho percorso mille
chilometri per poterlo calpestare ed ecco qui che ora me lo godo appieno,
questo momento. E’ passato mezzogiorno ma non ancora la corsa; per me ormai fa
lo stesso perché i miei piedi calpestano il pavè. E’ da quando ho scoperto il
ciclismo che sognavo di venire a vedere questa corsa. In principio non sapevo
cosa volesse dire pavè. Poi pensavo si trattasse di sampietrini, quelli delle
aree di servizio di una volta. Adesso che calpesto queste pietre, capisco che
non vi sono altre strade simili. Pietre grandi e regolari. Solchi di terra nera
tra l’una e l’altra. Campi enormi ai lati ed alberi in lontananza che
nascondono i mulini. A volte, le croci di un cimitero si confondono con essi;
sole e cattivo tempo convivono. Il paesaggio sorride o diventa terribile a
seconda del tempo. La luce è brillante e le nuvole cupe ed alte. Il verde dell’ erba e l’azzurro del cielo contrastano con il nero del fango. La sera è silenziosa tra le campagne, mentre all’angolo d’uno sperduto bivio si può trovare la locanda che vende quei grandi bicchieri di birra. L’odore di quei
posti è in principio sgradevole. La gente ti scruta e tutto appare ostile. Come
le strade i loro volti sono ruvidi.

Croci e mulini. Ecco il Nord della Francia; severo e maestoso. Nelle campagne a perdita d'occhio si nascondono i viottoli di sassi aguzzi.
Quievy, passa la corsa.
E’ passato mezzogiorno ed aspetto la Roubaix. Il cuore batte forte mentre gli
uomini in fuga scendono come folli verso la curva a gomito. Uno dietro l’altro
sono già selezionati dai primi settori delle pietre. La gente ora si sporge e
grida. Passano i primi delle fuga. Ti accorgi che si tratta di una sfida contro
se stessi. La mani sono appoggiate in alto ed il viso cerca, quasi fosse un
radar, il possibile tranello d’una pietra più perfida delle altre. Il gruppo è un pandemonio. Si ammassano nella curva e ne escono ad uno ad uno con sguardi
cattivi. Capisco che il ritmo è importante ma non ancora folle. Il cuore batte
forte e mi sento colmo di emozione. Tutto attorno mi sorride; sento questo sole
sulla pelle e mi pare di essere con loro, su quelle biciclette, diretto verso
la città del carbone. Non in cerca di una vittoria ma semplicemente attratto da
un qualcosa di magnetico. Denso, quasi fisico. Torno verso l’auto mentre la
coda dei corridori mi riporta alla realtà. Gli ultimi fanno pietà. Ce n’è uno
che sobbalza da una pietra all’altra. Il suo sguardo non è cattivo e neanche
determinato. Forse rassegnato, direi terrorizzato. Adesso la gente dall’alto
dell’argine pare cattiva. Sembra sfogarsi su quel poveretto, quasi egli dovesse
espiare le colpe di tutti gli altri. Quasi dovesse un tributo a queste
strade.

I corridori in testa (nella foto il campione nazionale del Belgio: Tom Steel) affrontano con grinta il pavè. Il pubblico urla, incita e invoca la battaglia: non c'è pietà sulle pietre di Roubaix.
Wallers, il gruppo è frantumato
Sulla sinistra scorgo appena l’uscita della foresta. Quel budello famoso in
tutto il mondo per la crudeltà del suo pavimento. C’è una quantità di gente
impressionante. Io procedo verso l’uscita del tratto successivo, quello che
porta verso il paesino di Wallers. Sta per piovere e l’azzurro del cielo ha
lasciato posto ad una pessima giornata. Fa anche freddo. Tira vento e da qui in
avanti si decide la corsa. I corridori della fuga sono ormai selezionati e
davanti rimangono solo quelli più duri. Dietro il gruppo non esiste più.
Soltanto una lunga fila indiana di ciclisti che affrontano uno dei punti più critici della corsa. La gente urla ma il Francese ha fatto spazio al Belga. La
lingua è dura, l’odore di birra è acre. I volti sono cattivi. Tutto il quadro è scarno ed essenziale; il ciclismo vero. Non c’è bisogno d’altro. Gli ultimi
passano ormai su viottoli deserti; la gente arriva e balza in macchina per
vedere più e più passaggi della corsa, ed ha tempo solo per i primissimi. Sul
muretto d’un vecchio ponticino penso che questo sia il luogo più bello del
mondo e vorrei tanto stendermi sull’erba qui affianco e non pensare più ad
altro. Non è un immagine ma tutto un contorno che circonda il mio presente. Un
quadro indescrivibile semplicemente perché pieno. Non esiste stampa, non c’è pittore, non è un immagine da catturare. Come tentando di imprigionare il vento
in un barattolo di vetro, scorrono parole e spazi. Non è che sintesi di un
qualcosa più grande.

Franco Ballerini esce dalla Foresta di Aremberg in ritardo rispetto ai migliori.
Orchies, l'incubo del fango.
Adesso mi sento straniero. Attorno a me la gente si accalca e sembra posseduta
da un demone spietato. I loro volti sono primitivi. Hanno espressioni altere ed
i loro piedi sono immersi nel fango. Piove e fa freddo. La corsa sta per
passare ed io non trovo posto. Si sgomita per poter accedere ad un brandello di
strada. Le parole sono dure, il loro suono sgradevole. Alcuni ubriachi laggiù cantano canzoni ignobili e stonate. E’ un quadro triste e cupo. Ostile. Anche i
miei piedi sono immersi nel fango; nero come la pece e denso. Ha un odore
strano, intenso. L’odore del carbone. Passano i corridori. Non c’è più testa,
non c’è più gruppo; è soltanto una lunga coda di forzati che nulla può contro l’inferno che si è scatenato su di loro. Il fango schizza dappertutto e riempie
la bocca. Mando giù che è un piacere, il gusto è sgradevole. E’ un pandemonio
di biciclette e di gente che urla. Non sono più tifosi, sono mostri di fango
affamati di sacrificio. Mi sento estraneo e rimango senza parole davanti a
questa scena. Per la prima volta ad una corsa sento che l’ambiente mi respinge.
Mi sento fragile ed impotente. Vorrei essere altrove, non qui.

I Demoni del fango ed i forzati del pavè.
Orchies, ormai sono passati.
Piove. Mi rifugio sotto lo spiovente di alcune baracche colorate a strisce.
Sembra quasi un luna park chiuso. Non lo è, ma lo sembra. Piove ed il cielo è grigio piombo, sperduto in un angolo di nord ora non ho più meta. La corsa è ormai irraggiungibile ed i passaggi sono ormai un ricordo lontano. Chi vince o
chi perde non m’importa. Quella è statistica. E’ materia per gli storici ed i
collezionisti. Oggi ho respirato l’anima più profonda di questa corsa
maledetta, e ne ho avuto abbastanza. Mi sento sconfitto ed anche un po’ stolto,
in mezzo a queste baracche a strisce che stonano con tutto il resto. Mi sento
lontano da casa ed a pensarci bene mi verrebbe da piangere, perché non ho
proprio idea di cosa debba fare qui. E’ il giorno di Pasqua ed è maledettamente
strano. Mi ricordo di una Pasqua ormai lontana, con la tavola imbandita delle
cose più buone. Le erbe di campo, colte al mattino, non mancavano mai. Poi
tutti fuori noi bambini verso il campo da calcio, a darsele di santa ragione,
aspettando che il campanile gonfiasse i rintocchi; ad ogni ora, un ora in meno
per giocare. Ad ogni ora, un ora in meno di quel momento che sapevamo essere
magico, e che sapevamo non sarebbe tornato più. Quelle immagini rubate dalla
finestra di una vecchia casa, erano quelle di una corsa di ciclismo trasmessa
dalla televisione. Le strade erano sconce ed i ciclisti foravano
frequentemente. Così, mentre rincorrevo quel dannato pallone, avrei desiderato
essere su quelle strade dimenticate dagli uomini. Ed ora che ci sono arrivato,
mi trovo davanti ad un intreccio di emozioni e di strade che si separano per
poi unirsi ancora; un maledetto labirinto. Forse oggi ho cercato di fare un po’ di pulizia in quei ricordi. Ho scoperto quel velo di sogno che rende tutto un
poco più magico. Forse sono cresciuto e lo scopro solo adesso. Non è la
pioggia, né la Roubaix. Dovevo arrivare sin quassù, tra queste baracche
colorate che paiono essere un luna park chiuso per poi tornare, in fondo, a
sentirmi un poco fragile e sperduto. A sentirmi ancora una volta bambino.

Franco Ballerini vola verso la seconda vittoria a Roubaix. Era il 12 Aprile del 1998. Giorno di Pasqua.