A L B U M C I C L I S M O

 

L'ULTIMO TOUR

Storia dedicata alla memoria di Marco Pantani


Aix en Provence. Risalgo verso nord. Adoro la Provenza con i lunghi viali alberati ed i campi di lavanda. E’ una terra splendida che profuma di tradizione e di vino. Solo, con la mia bici nuova di appena qualche ora. Un regalo per la laurea, un regalo stupendo. Non ho neppure avuto modo di montare un rapporto per il Ventoux e devo prendere confidenza con la nuova posizione. Ho l’allenamento di uno che si è laureato un mese prima, ma mi trascina l’entusiasmo di un momento felice. Ho terminato lunghi e faticosi studi, e si aprono tante strade davanti alla mia ruota. La sagoma inconfondibile del Monte Calvo già mi scruta ed io torno a quel giorno di due anni or sono quando la visi per la prima volta. Quell’anno il Tour non passava lassù e fui costretto a tirar dritto.

Bedoin. Cielo azzurro, quasi blu. Il paese è deserto nell’ora più calda. Due franchi in tasca ed un bar per rinfrescarmi del viaggio. I grandi alberi della piazza sembrano raccontare storie antiche, di tanto in tanto una foglia si muove, ma è solo illusione. C’è solo tanto caldo. Le pietre ruvide delle case, delle scale di questo paese mi rilassano soltanto a guardarle. Cotes du Rhone. Un bel bicchiere – sil vous plait. Il rintocco d’un campanile, sono le tre del pomeriggio d’un caldo Luglio e ho tutta la vita davanti a me. Il Tour de France fa oggi riposo.

Salgo in macchina sino a metà e sistemo la tenda non troppo vicino alla strada e neppure troppo lontano. C’è già tanta gente. Monto la bici con sacro rispetto del nuovo. Lo faccio lentamente assaporando l’odore delle gomme ancora vergini e quasi mi immagino le storie di strada che ella mi farà assaporare. Ne adoro i colori: bianco e blu chiaro. Ne tasto le forme, in corrispondenza delle saldature. Monto e risalgo verso la cima; è già sera e la vetta è lontana ma non resisto alla tentazione di vedere la cima del Gigante. Non sono distante da Chalet Reynard, ecco la distesa di sassi ed ecco la cima con la torre là in fondo. Continuo, mentre il vento ad ogni curva cambia direzione. Mi spinge e mi respinge; a seconda. La vetta non la raggiungo perché lassù, a Col des Tempete c’è un inferno di vento. Quasi vola via la bici quando scendo ed inverto la marcia. Guardo in basso; c’è tutta la Provenza distesa sotto questa montagna.

Finalmente mattina. Per tutta la notte rumori molesti da denuncia. Clacson e grida. Accelerazioni, urla, musica. Lo spiazzo si è popolato, è pieno di gente in calzoncini. Sembra quasi di stare alla spiaggia. Scendo in bici a Bedoin. Oggi me lo scalo tutto. E’ una parola; profumo di lavanda in pianura e di timo e pino nel bosco. Non una curva dove si possa respirare. Non si va avanti. Il 23 è un rapporto troppo duro e non riesco a farlo girare. Mi passano in troppi. Rifiato. Riprendo. Rifiato ancora. Transito davanti alla tenda ed il mio vicino mi riconosce e mi saluta. Chalet Reynard. Di nuovo la pietraia. Ecco per terra la P lunga. Sono quelli di Borrello, quelli di Pantani. Mi fermo e c’è Bianco che mi riconosce subito. Ci abbracciamo. Per loro sono “il motociclista dei Pirenei” perché nel 98 ci eravamo incontrati sui Pirenei. Mi fanno entrare in roulotte e mi fanno la tessera del club. Mi danno anche le penne al ragù, così decido di rinunciare del tutto a salire in cima. Con quel peso sullo stomaco diventerebbe impossibile. La scusa è buona.

Sta per scendere il diluvio. O almeno così sembra. Il passaggio della corsa s’è portato via tutto l’entusiasmo ed ora tutti hanno una fretta terribile. Si scende a passo d’uomo e rivedo, metro dopo metro, tutti i chilometri sofferti in bici al mattino. Arrivato a Bedoin cerco un campeggio per la notte e poi torno in paese. Non pioverà. E’ sera e la piazza è piena di gente seduta a mangiare. Mi prendo un panino su una panchina ed attendo lo spettacolo musicale che già ha preso spazio sull’ampio piazzale. S’apre il palco e la fanno lunga. Parlano di uno spettacolo tecnologico usando parole ridondanti come solo i Francesi sanno fare. Nessuno si scomoda e tutti restano a mangiare ai loro tavoli preferendo il buon cibo alle parole. Si comincia ed è musica. Mica tecnologia. Poi, l’arma letale e vincente. Sei giovani e belle ragazze svestite riempiono la scena innondando il pubblico di tecnologia ipnotizzante. Da quel momento la piazza è la loro. Mentre in tenda chiudo gli occhi pensando alle fanciulle, ancora sento i cori della piazza che, sino un ora fa, pareva indifferente alle promesse dell’imbonitore.

Quando mi siedo a tavola ed ordino le lumache mi sento davvero integrato. Ora di pranzo, il Tour è già passato, ed io mi godo la tavola di un posticino come molti in Provenza. Pergolato di uva ancora da maturare e caldo afoso. La corsa è passata alla velocità della luce. Non credevo fosse così entusiasmante assistere ad un passaggio in pianura. Il gruppo era una lunga fila indiana e la lotta era furibonda. I primi cinquanta chilometri li corrono tutti così, finché poi, estenuati, lasciano andare la fuga “buona”. Intanto per andare in fuga te ne sei rimasto per un ora davanti a lottare ai cinquanta chilometri orari. Mica male. Le lumache arrivano e non mi entusiasmano. Riparto un po’ deluso alla volta dell’Izoard. Mitica montagna mai affrontata. Un'altra “new entry” nel mio palmares. Passo vicino ad un lago. Grande. La gente festeggia ed è in vacanza. Un po’ come me che me ne vado a zonzo per le Alpi senza fretta e senza impegni. Non so se sono davvero felice così oppure se mi manca la compagnia di qualcuno. Un amico. Un incontro speciale. Mi piacerebbe ritrovare il mio amico Ceco. Quello in cui mi ero imbattuto due anni prima. Un incontro fugace ma che mi aveva coinvolto. Intanto mi accampo alle porte dell’Izoard, a Brounissard, dove la strada si impenna verso il cielo. Un cielo che stanotte è di stelle. Ancora schiamazzi e grida, più in là sulla strada. Domani sarà una giornata speciale.

Lasciatemi godere il croissant. Che qui è quasi salato ma, in fondo, dolcissimo. Sa di burro. Adoro il croissant. Sebbene attorno a me ci sia casino ed a dirla tutta non è che mi senta proprio a mio agio. La mattinata è splendida. Scarico la bici e mi cimento in questa scalata. La prendo seriamente. Mi concentro perché quel tratto iniziale che attraversa i campi so già che mi farà soffrire. Odio quei rettilinei lunghissimi che non danno tregua. Uno, due, uno, due. Cerco il ritmo giusto. Salgo con un tizio che non va tanto più forte di me. Ma quel poco basta per farmi penare. Lo lascio alla sua pedalata fluida e mi concentro ancor di più per salire del mio passo. Che poi male non è. Quando arrivo sui tornanti riesco a salvare la gamba ed aumento anche un po’ la pedalata. Mi esalto e mi meraviglio alla vista che certi strapiombi offrono. Prima ancora di giungere alla Casse Deserte ho nel mirino il ciclista fluido. Adesso sono più fluido io e mi permetto il lusso di superarlo e lasciarlo a riflettere. Che goduria. Una cosa del genere non mi capita mica tutti i giorni. Oggi festeggio anche per questo.

Pizza ed assiette di formaggi. Della pizza mi pento subito, ma i formaggi sono una goduria. Mentre fuori la gente pensa a sbaraccare e filarsene a casa il prima possibile, io mi godo questa magnifica serata di luglio. Le Jambe Route. Che io interpreterei come Gambero Rosso, ma che invece significa “La strada a Piedi”. Si chiama così, questo piccolo locale. Non c’è orario e non c’è fretta. Non mi muoverò sino a che non sarò soddisfatto, e sino a che la strada non si sarà liberata. Il sole è già dietro i monti ma la sera è chiara e sarà luce ancora a lungo. Non fa freddo, ma un giacchetto male non fa. Non so neanche dove andare a dormire. Forse sul Galibier, magari oltre, sulla Madeleine. Oppure verso Courchevel, dove arriverà la tappa. E’ una salita che non amo. Tre anni fa la scalarono per la prima volta. Non ha grossi punti di riferimento, non finisce mai, e non ha neppure grandissime pendenze. Scendo verso valle, la strada è ormai sgombra ed è sempre più scuro. Ma proprio al bivio al termine della discesa, sono sicuro, certo di vedere il mio amico Matthias. Ci eravamo conosciuti due anni fa, sul Col de Murs, aspettando il Tour di Pantani e poi ci eravamo scritti ripromettendoci di riconoscerci sulla strada. Lui parla e scrive in perfetto Tedesco; io cerco di capirlo e di farmi capire come posso. L’ho cercato tra la gente, in questi giorni, senza mai trovarlo, mentre invece lo incontro proprio alla fine di una giornata così. Mi fermo. Mi riconosce. Ci abbracciamo. In qualche modo parliamo. “Dormiamo qui, metti la tenda vicino alla mia”. Adesso si. In questo prato, al riparo della strada, il cielo è di nuovo di stelle. E fa freddo. Ma non lo sentiamo. Si parla di ciclismo, di Armstrong e di Pantani. Si parla di domani, della tappa che verrà e degli attacchi che vedremo. Adesso si che sono tornato al Tour.

La diga è gelida. Ed enorme. Dal Galibier non si passa. Non se ne parla neppure. Ed allora siamo costretti a scendere sino a Borg d’Oisan e risalire sul Glandon. Un giro assurdo. Ma c’è tempo. E’ mattina appena adesso, mentre sul lago fa freddo. Scendiamo verso la Maurienne e poi risaliamo ancora verso la Madeleine. Per Courchevel dovremmo addirittura proseguire fino ad Albertville e poi risalire l’altra valle. Roba da pazzi. La giornata è grigia e siamo stanchi della strada già percorsa. Va bene la Madeleine. La pioggia rende tutto un po’ triste. Conosco la salita e so che a metà strada c’è un paese, Francorchamps mi pare. Così ci fermiamo e mangiamo assieme. Quel che mangia lui è decisamente disgustoso e quindi mi butto sulla mia scorta di emergenza. I Buondì al cioccolato. Dopo pranzo il tempo migliora, ma è tardi per la bici. Saliamo a piedi. Oltre il paese, dove cominciano le distese erbose della Madeleine.

Scrocchiamo la corsa in TV da alcuni Olandesi sino al passaggio della corsa. La fuga, il gruppetto dei migliori e poi tutti gli altri. Armstrong è in buona compagnia; anche oggi lo mettono alla prova. Mentre la gente già sfolla noi rimaniamo davanti alla TV. Quasi obblighiamo gli Olandesi a rimanere. Comincia l’ultima salita. Pantani la prende davanti ed io penso che stia facendo qualcosa di incredibile. Uno a uno si staccano tutti e noi rimaniamo come inebetiti a guardare questo che se li porta a spasso. Piega Heras, piega Beloki, piega anche Armstrong. E lì cominciamo a saltare ed a gridare. Ci abbracciamo e pensiamo che il ciclismo è qualcosa di grande. Il mio amico butta il berretto per terra dalla gioia. Io lo guardo. Così, come fosse un po’ matto. Dalla TV arrivano solo parole di gloria per Pantani. Ed io mi guardo attorno, mentre le cime innevate si sono appena scoperte. I prati sono ricchi di fiori di mille forme e di mille colori. La strada adesso è deserta e così diversa da poco fa. Pantani in TV alza le braccia mentre noi torniamo alle auto. Così, in un improvviso silenzio, sia io che Matthias sappiamo che il nostro incontro è finito e, semmai ce ne sarà un altro, sarà difficile stabilire come e quando. Sulla strada. Penso io. Ma non lo dico. Così non è un addio. Dietro ad una curva, ad un bivio, forse in futuro sarà di nuovo possibile incontrarci. E se adesso penso a quella notte in attesa della tappa del giorno dopo, capisco che il ciclismo che amo è soprattutto la magia dell’attesa. Al solito, la strada del ritorno è lunga quanto quella dell’andata. Ma ha tutto un altro sapore.

 

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