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Storia (come l'ho vista) della Pergola - Monte Petrano, tappa regina del Giro 2009.

Lo splendido quadro offerto dall'Appennino Marchigiano (Foto Alefederico)

Ed e il buon Dave
Era Maggio, fine Maggio, e si correva la tappa regina del Giro d'Italia. Un caldo fuori del normale. Quel giorno, di buona mattina, ero andato a prendere Ed e Dave presso l'albergo Astoria di Fano, sul lungomare. Già si intuiva che la temperatura, di li a poco, sarebbe salita senza sosta. Entro nella hall, godendomi l’aria condizionata, in attesa che i due Scozzesi scendano dalla camera. “Lei è venuto per Ed” – mi chiede la signora all’accoglienza; di questa stagione non c’è da stupirsi che gli albergatori conoscano i nomi di ciascun cliente. Non riesco però a rispondere – “Ma lo sa che Ed è davvero simpatico? Una sagoma, guardi, veramente un simpaticone”. Ed è simpatico, non c’è che dire, se si riuscisse a capire ciò che dice sarebbe ancor più simpatico. Ma il suo accento Scozzese è un ostacolo troppo impegnativo, e spesso mi capita di capire poco, o nulla, di ciò che dice; specialmente quando, per aiutarmi, infila frasi in Italiano. Non capisco più se sta parlando Inglese o Italiano, se si tratta di un nome o di un sostantivo. Rimango lì, in piedi, senza dire una parola ma confermando, con un sorriso un po’ stolto, le parole della donna. – “Eeeed!” – grida lei, mentre il mio amico scende le scale. E qui comprendo che Ed ha fatto colpo. Dave lo segue, del tutto ignorato dalla signora della reception. Credo di aver sentito parlare soltanto una volta Dave; un paio di monosillabi. Ancor più incomprensibile di Ed, confermava, in chissà quale idioma, le parole dell’amico. Mai come oggi mi sembrano “Fabio & Mingo” di Striscia, e da quel momento decido che per me, d’ora in avanti, saranno Ed e il “buon” Dave.

Il gruppo si arrampica sulle dolci pendenze del Monte Serra (Foto Alefederico)

Sarà una lunga giornata
Si va; laggiù già si elevano Catria, Petrano, Cesane e Nerone. Il Nerone non si vede, ma c’è, ed il fatto che si nasconda lo rende ancor più misterioso. Viaggiamo su due macchine diverse perché abbiamo programmi diversi. Io mi porto dietro la bici e non voglio perdermi l’opportunità di vedere più volte la corsa. Ed e il buon Dave si spareranno invece tutta la giornata in macchina anticipando la corsa di mezz’ora e godendosi l’arrivo. In pratica la storia dell’orologio che mai segna l’ora giusta perché in anticipo, e quello che la segna due volte al giorno, perché fermo. Scoprirò che Ed, l’orologio, lo ha davvero nella testa perché sarà puntualissimo ad ogni passaggio. Mezz’ora prima, ne di più, ne di meno. Senza radio, senza altri punti di riferimento che non siano la (supposta) velocità del gruppo. Si esce a Cagli e ci si inoltra verso Pergola. Il Catria ci scruta dalla nostra destra mentre il sole di questa giornata di Maggio ne inonda le foreste. Pergola è laggiù, nel profondo della valle e scopriamo, che per giungere in testa alla corsa dobbiamo praticamente aggirare il paese. Passa mezz’ora, quaranta minuti. Il tempo vola e bisogna far presto, altrimenti si rischia di rimanere intrappolati dall’arrivo dei corridori. Ed, che mi segue, si agita. Dave è granitico. Vero sangue doppio malto Scozzese. Sinché non riusciamo a parcheggiare in testa alla carovana respiriamo tensione. Chi è rimasto a casa? Tutta Pergola è per strada. Tanti ragazzi, tantissimi bambini. Tutti a ripararsi sotto l’ombra dei pini del viale. Sono le dieci e si muore di caldo. E’ anche umido. Sarà una lunga giornata.

Scarponi ed il compagno di squadra promuovono il primo attacco (Foto Alefederico)

La passione tradita
Al solito i corridori non arrivano. Capisco quando è freddo, ma oggi proprio non riesco a comprendere questo ritardo. Tutti barricati dentro quegli enormi motor home. Eppure la gente per strada li aspetta, li cerca. Mica sono tutti gran campioni, per molti sarebbe una vetrina unica; che però non sfruttano. Ricordo un episodio, di tanto tempo fa. Era il Giro del 1991, Savona. La tappa era di quelle lunghe e dure perché si arrivava sino in vetta al Monviso. Ricordo che io, ragazzino, stavo al fianco dell’ammiraglia Gatorade, aspettando Bugno, mentre Calcaterra, un gregario, se ne stava seduto sul cofano – “Come stai?” – gli chiesi. “Per ora me ne sto sulla macchina, tra un po’ sarò in bici.” Fu una risposta un poco brusca e sul momento ci rimasi male. Però, grazie a quella “chiacchierata” ho poi capito che la strada non è la stessa per tutti i corridori. Ci sono i campioni e ci sono i faticatori. Calcaterra era atteso quel giorno ad un duro lavoro da gregario senza gloria; la Gatorade avrebbe dovuto prendere in mano la corsa e portare Bugno in rosa. Egli sapeva che avrebbe preso tanto vento in faccia ed, infine, avrebbe dovuto scalare il Monviso con le gambe in croce sin dal primo metro di salita. Con quella “battuta” egli mi aveva fatto partecipe di un suo stato d’animo. In quel – “tra un po’ sarò in bici” – c’era esattamente tutto: la consapevolezza della fatica, la responsabilità, l’attesa e forse anche un po’ di malumore. Grazie ad episodi come quello, il ciclismo è cresciuto nel mio cuore sino a diventare un compagno inseparabile. Oggi, invece, i corridori se ne stanno al fresco dell’aria condizionata dei motor home mentre tutti questi bambini scrutano con lo sguardo verso una strada piena solo di giornalisti ed altri addetti ai lavori.

La cittadella di Fossombrone veglia sulla valle (Foto Alefederico)

La lunga processione del gruppo sulla salita delle Cesane (Foto Alefederico)

Si parte
Beh, non scendono, ma il tempo vola via comunque, e non voglio trovarmi imbottigliato. Mi avvio verso il posticino che avevo adocchiato qualche giorno prima. Una collina verde e meravigliosa, una salita proprio in partenza, giusto per far capire ai corridori che tipo di tappa sarà. C’è poca gente, ma è lunedì, e queste non sono zone abituate a vivere il grande ciclismo. Comunque qualcuno c’è, e se la gode. Al solito il Giro si trasforma in una buona occasione per un pic nic; la scusa per una gita. Gente che magari non sa nulla di ciclismo ma che, per un giorno, si affaccia sulla strada per vivere un frammento di questa storia grande. Addio Pergola, rimane in valle laggiù mentre davanti a me le querce si aprono su verdissimi campi di grano. E’ caldo e le gente si ripara all’ombra dei grandi alberi. Auto di giornalisti (tra cui Ed e Dave), moto staffette, polizia ed elicottero. Ecco che si annuncia al solito il plotone. Ma oggi non si scherza e dopo quattro chilometri di corsa sono già tutti in fila, c’è battaglia. Davanti Scarponi fa il matto. Matto per davvero visto che davanti a lui ci sono oltre duecento chilometri e tante salite cattive. Meglio così, il ciclismo ha bisogno di gesti folli ed audaci. Altrimenti diventa di una noia mortale. Mi rimetto subito in auto e mi butto a rotta di collo dietro il gruppo che ormai è lontano; non lo vedo neppure quando la vista dall’alto si apre sulla valle. Scorgo soltanto le ultime ammiraglie che si stanno lanciando all’inseguimento dopo la tortuosa discesa. Poi, una volta giunto nel piano torno in coda con una brusca frenata, per poi lasciare la strada del Giro e raggiungere Fossobrone dove la corsa passerà più avanti.

Le ruvide rampe del Nerone e la sua cima lontana (Foto Alefederico)

Scarponi si rivolge al compagno di squadra - "Portami sù" (Foto Alefederico)

L’ora più calda
E’ ora di pranzo e fa un caldo mortale. Sulla salita delle Cesane ci saranno quasi quaranta gradi, che sull’asfalto diventano forse cinquanta. La gente è molta e presiede già le posizioni. Laggiù la piana è infuocata, neanche fosse Agosto. Fossombrone è adagiata sul costone delle Cesane ed oggi fa festa. I ragazzi che escono dalle scuole si riversano in strada. I vigili, che non sono abituati a gestire la tensione dell’evento, già danno di matto quando tento di raggiungere il parcheggio all’ombra. Dovrei guidare cinquanta metri nel senso opposto alla corsa che passerà tra circa un ora. Non si discute, le regole son regole. Parcheggio in pieno sole. Mentre stancamente risalgo, coperto da uno strato doppio di sudore, arrivano Ed e Dave. Freschi come due fiori abbassano il finestrino e mi fanno una foto. Trentasette gradi; il responso del termometro della loro auto. Mezz’ora al passaggio. Decido di appostarmi dopo circa un chilometro di salita, poco prima della cittadella; intanto mi preparo già la via per raggiungere l’auto in paese, visto che andrò nuovamente ad anticipare la corsa. Eccoli, si vedono risalire la valle, tra i capannoni dell’area industriale. Sono fuggitivi e sono parecchi, un bel gruppetto che è tirato da Scarponi e da un compagno di squadra. L’andatura, quando mi passano di fianco, è lentissima. Un po’ le pendenze, un po’ il caldo, un po’ la distanza. Non fa meglio il gruppo, che arriva dieci minuti dopo a lento moto. Tutta la Rabobank in testa, a sancire un patto di non belligeranza ben accetto da tutti gli altri.
Neanche il tempo del passaggio che mi fiondo giù in paese e salgo nel forno della mia auto. Condizionatore a palla e pedale pigiato. Il Nerone mi attende.

Scarponi attacca ancora. Salita di Mòria; lo segue Cunego. (Foto Alefederico)

Portami su
Il Nerone, che fascino. Montagnona appenninica, salita dura e dall’asfalto a macina grossa. La ruota non scorre e fa fatica. Quando mi accorgo di aver dimenticato le scarpe con gli attacchi mi viene male. Poi ci penso su e me ne frego. Da vero duro farò senza. Al bivio di inizio salita altro problema; il vigile è stato istruito di non far passare nessuno. E nessuno passerà! Ciclisti, auto dell’organizzazione, giornalisti. Comincia un giro di telefonate infarcite di parolacce e bestemmie. Lui non batte ciglio. Io, da una parte mi godo la scena, sicuro che, prima o poi, qualcuno sbroglierà la matassa. E così sia.
Attraverso Pianello che è un bel borgo montano. La strada prima sale e poi si tuffa in una gola. Rocce rossastre e inospitali. Lassù già si scorgono i prati verdi e (forse) freschi. Ma è quasi un miraggio; così lontano. Una nube bianca sovrasta la cima mentre Cerreto è arroccata lì davanti. Primo tornante e già si soffre. Mi ricordo di non aver nulla da bere e mi limito ad andare avanti. Metro dopo metro sudo e soffro. Non si procede, su questa maledetta salita. Prima sosta. Seconda sosta. E via così sinché, poco dopo il paesino, trovo riparo sotto un piccolo carpino. Mi sento un re, seduto sull’asfalto, ad aspettare il Giro d’Italia mentre lavoro, pensieri e preoccupazioni sono ora così lontani. Arriva Ed, manca mezzora. Altra foto – “hai dell’acqua” – non ne ha, o ne ha poca. Io resto a bocca asciutta e mi godo il grande spettacolo. Arrivano i fuggitivi e Scarponi sembra quasi rivolgersi al suo gregario – “portami su” – sembra dirgli – “che oggi faccio la corsa alla grande.” – Quando passa il gruppo mi viene il dubbio che, in fondo, la salita non sia poi così dura come pareva a me. Sono tranquilli. C’è selezione, ma non quanta me ne sarei aspettato. Nessun attacco, tutti aspettano e pensano al Catria ed al Petrano. O forse non pensano a nulla. Soffrono e basta.

Il gruppo perde corridori chilometro dopo chilometro. La giornata è torrida. (Foto Alefederico)

Mòria o Morìa
Alla base del Nerone parte lo “strappo” di Mòria che però si rivela un salitone da paura. Pendenze arcigne ed asfalto cattivo. Fa bene chi, sbagliando, lo chiama Morìa. La mia bocca asciutta è ormai l’unico mio pensiero. Viene ancor prima del mal di gambe e della sensazione di cottura lenta che i miei organi interni vivono da questa mattina. Non c’è pace; ne sotto l’albero ne sdraiato. Nessuno ha acqua da regalare ad un anima in pena perché, oramai, le scorte di tutti sono al minimo. Il mio thè alla pesca è rimasto in macchina e non oso neppure immaginare a che temperatura. La fuga ormai si sbriciola. Scarponi e Cunego tentano l’impresona da lontano mentre il gruppo dietro lascia fare e sale in processione. Una lenta e sofferta processione. Quelli dietro, quelli staccati fanno pietà. Manca tantissimo all’arrivo. Ancora tanta salita e tanta discesa. Tanto caldo. Questa è una di quelle tappe che forse la gente non ricorderà, ma che i corridori faranno fatica a dimenticare.

Cunego e Sastre tappa Petrano

Cunego viene raggiunto da Sastre sulle rampe del Petrano. (Foto Alefederico)

Scarponi tappa Petrano

L'uomo del giorno. Scarponi. (Foto Alefederico)

Oh dolce Petrano
La fonte di acqua fresca viene presa d’assalto. Decine di borracce si allungano verso quell’acqua che sgorga incessante. Come la riempio la svuoto in gola. E’ una lunga incessante bevuta fino a sentir scoppiare lo stomaco. Mi ricordo di quella volta che, da ragazzino, scalai per la prima volta il Passo del Faiallo; in Liguria. Non un metro d’ombra. Presto finii l’acqua ed arrivai in cima completamente esausto. Una fonte fresca, poco dopo un tornante sulla sinistra versava acqua a non finire – Ringrazia Dio – c’era scritto così sulla fonte, con pittura azzurra. Lo ringraziai e da quella volta torno a farlo al rumore di una fonte che sgorga.  Non mangio da questa mattina ma mi sento pieno e di nuovo in gran forma. Non ho mai amato il Petrano, specialmente come salita, perché parte cattiva e non si adatta molto alle mie caratteristiche di macinatore. Decido di saltare completamente i primi tre chilometri salendo in auto. Con il pass è una goduria: perché non sfruttarlo? C’è tanta gente a bordo strada nei primi chilometri. Quando prendo a pedalare mi sento bene. Il sole non è più quello di qualche ora fa, e so che parte del versante è in ombra. Il solo pensiero mi rinfresca. Ecco Ed. Significa che manca mezz’ora. Ecco l’elicottero. Ecco le moto. Ecco il Giro. Un grande passaggio, un grande spettacolo. Sastre sale che è un piacere e già ha nel mirino Popovich, unico superstite della fuga del mattino. Passa Cunego a doppia velocità. Menchov ne ha più di tutti e si vede. Basso è con le polveri bagnate. Passa Armstrong. Passano tanti altri, senza nome e senza gloria. Come Calcaterra. Applauso per tutti. Poi passa Scarponi. E’ lui “l’uomo” – “hai avuto le palle” – azzardo. Lui china il capo e forse neppure ascolta. E’ uno straccio. Bagnato. Poi una lunga coda di sofferenza. Chi va avanti a spinte. Chi comunque non va avanti. Lovqvist fa pena. Con la sua maglia bianca non è più potente e leggiadro come nei primi giorni del Giro. Fatica come un mulo; il ciclismo non guarda in faccia a nessuno. Ma la classe non è acqua e quando uno nasce nobile riesce anche a soffrire nobilmente. Torno a casa, completamente esausto. E’ come fare un viaggio nel tempo. La giornata, a casa, è trascorsa come sempre. Lo intuisco dai gesti familiari e dalle parole dei miei cari. Io, invece, è come fossi stato via una vita. Sono tornato indietro con i ricordi ed ho vissuto questa giornata con lo stesso entusiasmo di quando la bici era una buona scusa per conoscere quel fazzoletto di mondo che dalla piana si insinuava nella valle e poi scollinava proprio di fronte al mare. Le serate erano infinite ed il rosso di stasera è un poco simile a quello d’allora. Tutto appare così lontano nel tempo e si confonde un poco; era oggi pomeriggio oppure anni fa?

 

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