raccontami ancora

(storia di un viaggio mentre il ciclismo cambiava)

di Alessandro Federico

17 Luglio 1998
E’ stata una lunga giornata. Ieri sera ero quasi intenzionato a rinunciare e se forse qualcuno mi avesse chiesto di rimanere lo avrei fatto. Mi sento un po’ solo ed il viaggio è stato già una messa avventura. La Riviera sino a Ventimiglia presa al mattino presto ma già piena di camion. Alla frontiera mi ha fermato la polizia per il controllo dei documenti; credevo non lo facessero più e per un attimo mi è quasi preso timore di aver dimenticato qualcosa. Poi la costa Azzurra attraverso Nizza e Cannes dove il trafficoni tangenziale era asfissiante; dopo Cannes l’autostrada ha voltato verso l’interno dove le rocce rosse delle colline Provenzali facevano da contorno ad un ambiente arido e ostile. Il caldo rendeva l’aria irrespirabile. Era l’ora di pranzo e avrei dovuto riposarmi ma per paura di non riuscire a coprire abbastanza chilometri ho continuato. E’ stato terribile; non ero abituato a viaggiare così a lungo in moto. La posizione è scomoda e dopo un po’ la circolazione al fondoschiena si fermava costringendomi a soste in aree non attrezzate. Niente acqua, niente ombra. Niente di niente. Poi ad un bivio ho deciso di proseguire verso Toulon ed il mare che, a quel punto, era piuttosto lontano. Dovevo però trovare un campeggio per la notte ed ho pensato che sul mare sarebbe stato più semplice. Su quel tratto di strada tirava un vento fortissimo. Deve essere il famoso Mistral. Arrivato al campeggio, dopo aver sistemato la tenda sono andato a fare un bagno: l’acqua era gelida… sarà stato tutto il caldo che ho preso!

18 Luglio 1998
Micidiale. Il campeggio era una sorta di rave party di gentaglia in sella ad Harley che hanno tirato avanti tutta la notte con musica e grida; non ho praticamente chiuso occhio. La mattinata era gradevole ed anche il paesino, Le Pradet, non era male. Colazione con un croissant ed apprendo dal giornale che la Festina verrà esclusa dal Tour per una questione di doping. Vuoi vedere che quando arrivo sui Pirenei il Tour è già finito? Riprendo il mio viaggio e capisco subito che sarà una lunga giornata. Il traffico di Marsiglia mi impaurisce, specialmente nel lunghissimo tunnel che la attraversa, così pieno di gas e curve. E poi io odio i tunnel, specialmente in moto; odio il rumore dei ventilatori che si fa sempre più forte man mano che ti ci avvicini. Punto vero Montpellier ma nei pressi di Margues mi attende un lungo tratta pieno zeppo di api. Vengono da un grandissimo frutteto che corre lungo l’autostrada; rallento ma i camion mi vengono praticamente addosso. O le api o i camion non c’è altra scelta; e poi di nuovo caldo bestiale. Verso mezzogiorno rinuncio a proseguire: incontro da nord l’autoroute dei vacanzieri Belgi ed Olandesi che proseguono per la Spagna. Il traffico è insostenibile. In venti chilometri vedo due tamponamenti; è troppo, esco a Lunel e se ne riparla domani, che oggi non è giornata.
Proseguo verso il mare sino ad arrivare a La Gran Motte che è un complesso futuristico senza anima e senza speranza. Il mare fa schifo, il campeggio è costoso, mi sento solo e stanco. Ho tanta voglia di tornarmene indietro e mi chiedo che senso abbiafare questo viaggio. Che senso ha fare tutti questi chilometri per una corsa che vedrei molto meglio davanti alla TV.
E’ proprio la TV che mi distrae; mi approprio del telecomando nel bar semi-deserto del campeggio… oggi c’è la crono e bisogna vedere se Ullrich ammazza il Tour. Se lo ammazza, me ne torno a casa. Danno tantissimo spazio al caso della Festina; è tutto in Francese e ne capisco la metà ma le immagini sono molto chiare; ci sono Virenque, Brochard e Dufaux dietro una scrivania dove dono posati almeno cinquanta microfoni. Parla Virenque, o meglio, piange Virenque. Cerca di dire tante cose ma riesce soltanto a dire “vive le Tour” e poi piange ancora. Che succede adesso? Fuori questi, chi lo attacca Ullrich? Spazio alla crono, con Virenque nella testa, vince Ulle ma non distrugge gli avversari. Jalabert non è lontano. A quanto sta Pantani? La TV Francese non ne da notizia. Che abbia preso i soliti 10 minuti? Ma almeno Jalabert è lì vicino… forse si può vedere ancora una buona corsa; so che mi racconto una bugia eppure devo trovare un buon motivo per ripartire, domattina .

19 Luglio 1998
Mi alzo dopo una sorprendente buona dormita. Che mi sia già abituato alla tenda? Il tempo volge al brutto ed i nuvoloni neri all’orizzonte non prepara nulla di buono; che ora è? Mi preparo per la pioggia e lascio, senza troppi rimpianti, quasto posto. Non mi è piaciuto; troppo finto, non saprei, ma non sono stato a mio agio. Il mio viaggio continua sulla via della Petit Camargue, poi, tornato sul continente, verso Perpignan. Compro l’Equipe. Non riesco ancora a coprire più di ottanta chilometri alla volta; non sono a mio agio e dopo un po’ tornano sempre più forti i dolori al fondoschiena che ieri mi avevano torturato. Sulla via di Carcassonne, verso Toulouse, lasciata la terribile autoroute dei vacanzieri spunta il sole. A Toulouse dovrei proseguire verso l’Atlantico guadagnando il Tour nei pressi di Montauban ma ho paura di non trovare un riparo per la notte ed il Tour mi pare ancora una cosa molto distante. Il fascino dei Pirenei ha il sopravvento, come il caldo, che nella periferia desolata di questa città mi aggredisce con tutta la sua violenza. La giacca chiusa diventa una camicia di forza e ad ogni sosta la moto è un piccolo forno sul quale sono seduto. Mentre viaggio mi piglia di nuovo quella sensazione di due giorni fa: l’aria calda mi spinge sul petto e filtra dentro il casco, dentro la giacca, e non è più un sollievo. Mi sento sporco e sudato, no, lo sono. Infine mi fermo presso un camping a settanta chilometri da Louchon, il cuore dei Pirenei. Tutto splendido. Piscina, erba sulle piazzole, campo da calcio, mucche. La campagna è meravigliosa.
Sono seduto su una panca di legno presso il ristoro e sul bancone una birra fredda ed intorno gente che si diverte. Scambio finalmente qualche parola. Oggi sono contento ed il mio viaggio mi pare prenda senso. Sono contento di stare con queste persone e mi piacerebbe fermarmi anche domani. Ma mi dico che è giusto così; che domani dovrò cambiare ancora per cercare un posto che non conosco ancora e lasciare dietro di me ciò che di più bello o di più brutto ho già incontrato.

20 Luglio 1998
Finalmente i Pirenei. Li ho intravisti questa mattina dall’afosa pianura di St. Gaudens dove pareva di essere in un film western; la città fantasma. Le strade deserte e le vetrine dei negozi sbarrate e le insegne con gli annunci di affitto materiale da sci. Il caldo era insopportabile giù in pianura mentre adesso l’aria è fresca ed ancor più fresca era l’acqua che ho bevuto alla fonte poco fa; dalla valle risalgono i suoni della mandria e adesso le ombre si allungano sempre di più. E’ sera e la vista da quassù è meravigliosa. C’è già molta gente per la tappa di domani; tanti Spagnoli. Più giù, sulla strada del Peyressourde si fa già festa ed qualcuno ha allestito un chiosco dove si può bere birra. Tra poco scendo anch’io, ma prima mi voglio godere questo assaggio di monti; non me li aspettavo così verdi. Poi mi prenderà magari un po’ di malinconia ed allora avrei fatto meglio a scendere prima. Ma adesso mi godo i monti per cui ho viaggiato tre giorni con la paura del traffico e sotto un sole atroce; finalmente sono sui Pirenei dove tante volte avevo soltanto immaginato e sognato di essere mentre guardavo le foto dei vecchi Tour. Un pensiero a casa mia; ma subito mi rendo conto della distanza che mi separa adesso dai luoghi che amo.

21 Luglio 1998
Nuvole basse fin dal mattino quando mi sono svegliato al freddo nella nebbia. Dove sono finito? In questo viaggio non ci sono mezze misure. Troppo caldo o troppo freddo. Ho conosciuto due Italiani venuti sino a qui come me, più per il gusto dell’avventura che per altro. Loro tornano tutti gli anni con un furgone ben attrezzato e conoscono benissimo il Tour. Gli ho chiesto qualche consiglio per i giorni a venire; non dovrebbero esserci problemi per dormire sulla strada a patto che rimanga sul percorso del Tour. La corsa invece non mi è piaciuta. Un po’ il maltempo, un po’ che ho scelto un posto brutto, quasi in discesa. Dopo la corsa il viaggio è stato lungo sino ai piedi di Plateau de Beille. La pioggia purtroppo non ha favorito il mio viaggio ma tutto sommato sono arrivato tranquillamente ed ancora con un filo di luce. Però i gendarmi mi hanno bloccato all’imbocco della salita… anche le moto non salgono sino a domattina.
Pertanto eccomi qui, accampato con altri attorno al campo da calcio di un paesino sperduto dell’Arriege; mi sono consolato con un buon panino farcito con salsicce locali.

22 Luglio
Oggi la tappa è stata emozionante. Grande vittoria di Pantani da solo con un bel margine di vantaggio. Diventa un bel pericolo per Ullrich che continuava a voltarsi (mi ha rovinato la foto!). Tantissima gente. Sin dal mattino quando mi sono svegliato con tantissimi altri che già si preparavano a salire. Ora sono tornato a Les Cabannes e fa sera. La salita è impressionante; lunghissima e dura. Sopra di noi la lunga fila di auto che sembra non finire mai, infine i camion della United Savan che trasportano le attrezzature del Tour che suonano la sirena all’impazzata per salutarci. Domani, il giorno di riposo della corsa, mi mette in ansia perché non so dove potrei trovare da dormire sulla strada. Per me non sarà un gran riposo visto che stasera me la prendo comoda e mi fermo qui. Non saprei dove altro andare. Stamattina mentre salivo ho finalmente trovato dei tifosi di Pantani. Sono organizzati e vengono da Borrello, vicino a Rimini. Mi sono presentato ma mi hanno accolto con una certa freddezza quindi ho deciso di proseguire più in alto. Al rientro però loro erano ancora nello stesso posto e, questa volta, mi hanno fatto una gran festa. Erano su di giri per la vittoria del loro beniamino. “Non s’è mai vista una cosa del genere” mi ha risposto il più anziano quando ho detto che adesso, con una crono già alle spalle, il distacco non è poi così incolmabile.

23 Luglio 1998
Stanno montando lo striscione del gran premio della montagna. Sono ancora lontano dal mare; mi sono fermato su questo piccolo colle a dormire con altri che si sono appostati su questa piazzuola. Sono molto stanco e vorrei già essere sulle Alpi ma la strada da fare è ancora parecchia. Per esempio domani sarà un altro lunghissimo trasferimento. Questa mattina, viaggiando verso Tarascon ho incontrato alcuni corridori in allenamento nel giorno di riposo. Mi sono persino affiancato ad Axel Merckx che mi ha salutato. A Tarascon mi sono fermato un oretta per leggere il giornale e quindi ho cominciato a seguire il percorso del Tour. Verso l’ora di pranzo mi sono fermato anche a fare un bagno presso un bel lago; forse ho preso troppo sole ed ora le spalle mi bruciano un po’. Ora sono qui, con l’umore un po’ di traverso… deve essere la stanchezza. Fa buio e qualcuno ha acceso un fuoco; mi avvicinerò per stare in compagnia.

24 Luglio 1998
Caldo bestiale. Sceso dal Col du Paradis ho fatto colazione presso un piccolo villaggio; solito croissant per cominciare bene la giornata. Poi strada, strada e strada. Tantissima gente già lungo la via ad aspettare la corsa che sarebbe passata soltanto molte ore più tardi; tutti organizzati per bene riuniti in gruppi con una grossa tavola a giocare a carte ed a mangiare. Tutti che mi salutavano e che mi facevano sentire finalmente a mio agio, lungo la “route du Tour”. Ho attraversato enormi vigneti adagiati su terre rosse come il sangue ed io costretto nella mia giacca sotto un sole bestiale. Ho provato ad aprire uno spiffero sul collo per procedere con minor sofferenza ma sono subito stato punto da una vespa. Mi sono talmente allarmato che sono andato a farmi dare una pomata presso un piccolo centro di ambulanze dove nessuno parlava l’inglese.
Per tutto il giorno ho avuto il chiodo fisso del trasferimento che avrei dovuto fare dopo la tappa. Un bel po’ di chilometri per raggiungere il Col De Murs nei pressi di Carpentraz, vicino al Ventoux. Ancora quella maledetta “autoroute” sul Mediterraneo. Ci ho pensato tutto il giorno. Così mi sono fermato a Beziers, vicino all’ingresso dell’autostrada. La corsa è passata in grande ritardo; non ho capito bene il motivo ma pare ci sia stato uno sciopero, una protesta nei confronti della corsa. Ancora di mezzo il doping. Questa volta pare che fosse la TVM la squadra sotto inchiesta.
Tutto sommato il trasferimento successivo è stato tranquillo perché in autostrada c’era poco traffico. Sono uscito nei pressi di Avignone ed ho proceduto per altri 70 km su strada statale e cercare questo “benedetto” Col de Murs dove ho trovato già tantissime tende e dove ho sistemato anche la mia. Così ora mi sento nuovamente parte della carovana.
Un’ora fa ho attraversato la Rhone; aria di terre che conosco. Sono nella tenda e scrivo grazie all’aiuto della pila perché il sole è calato già da un pezzo. Quando sono arrivato imbruniva ed a difficoltà ho trovato la strada giusta; questo pare un posto sperduto. E’ tardi e sono stanco ma mi sento protetto e la notte passerà in un baleno.

25 Luglio 1998
Ancora una volta caldo insopportabile. La mattina, quando mi sono alzato, mi sono reso conto di essere in una specie di deserto. Ieri sera con il buio non mi ero accorto che questo colle è praticamente privo di alberi ed al loro posto proliferano arbusti bassi e spinosissimi che non offrono alcun riparo dal sole; le rocce sono bianche, come quelle del Ventoux e riflettono il sole. Una specie di inferno. La gara invece è stata avvincente: Luc Leblanc ha fatto una splendida azione anche se penso che sia stato ripreso prima del traguardo. Io di questo Tour non sto praticamente vedendo nulla; non so chi vince le tappe, i distacchi, scopro di giorno in giorno cose nuove dai giornali del giorno dopo, eppure non desidero affatto essere a casa davanti alla TV. Mangio male (a volte neanche mangio), dormo peggio e soprattutto non ho un bagno per lavarmi ma ho l’opportunità di seguirmi questa gara meravigliosa e di vivere al seguito di questa manifestazione. Seguito non ufficiale, ovviamente. Siamo una specie di carovana parallela alle prese con cartine stradali, divieti di transito e tanto, tanto caldo. Scrivo da una panchina di un paesino che si chiama Die. Dove sono esattamente? Ho piazzato la tenda ad un chilometro da qui proprio all’imbocco della salita che porta al Col de Rousset. Stasera mi sento bene; c’è parecchio vento, un vento piacevole ed aspetto che la cabina telefonica si liberi per chiamare casa.
Questa mattina ho fatto un incontro speciale con un uomo che viene dalla Repubblica Ceca; anche lui da solo con un grosso fuoristrada. Grande appassionato di ciclismo. Non è chiarissimo ciò che ci siamo raccontati e come ma quel che è certo è che quando ha saputo che vengo da Genova si è emozionato ed ha cominciato a raccontarmi di quando vide il mare scendendo verso Genova. Era il suo primo viaggio e mai aveva visto la grande distesa d’azzurro. Il suo racconto era a tratti incomprensibile a tratti chiarissimo ma quello che traspariva maggiormente era l’emozione. I suoi occhi erano lucidi e non c’era modo di fermarlo mentre ripeteva a memoria le parole che probabilmente disse quella volta, ancora con le mani tra i capelli, come forse aveva fatto allora.

26 Luglio 1998
Scrivo adesso visto che questa sera mi attende un lungo viaggio fino a Valloire, sotto il Galibier, la grande montagna di questo Tour. Ho appena terminato il mio breve pasto davanti ad un panorama splendido, finalmente al fresco delle prime valli Alpine. Due ore fa sono passato sopra il Col du Rousset  attraverso una lunga galleria. E’ una bella salita lunga ma per nulla dura. Poi in valle si trovano due o tre strappi che non possono certo impensierire i migliori. A metà valle ho invece incontrato una strada che prosegue verso un posto stupendo. Una strada che si scava nelle rocce a strapiombo sul nulla. Ho poi incontrato una famiglia; lui, Italiano, si è voluto informare sul mio viaggio e mi ha consigliato di non passare per la Croix de Fer questa sera. Mi attende pertanto un bel tocco di autostrada verso Chamonix per poi risalire la Maurienne. Per adesso il tempo è ottimo e sarebbe perfetto se rimanesse così anche per le tappe dei prossimi due giorni.

26 Luglio 1998 - notte
Finalmente ci siamo. Eccomi ai piedi del “mostro”. Chissà perché questa montagna mi ha sempre affascinato… forse perché non ama svelarsi dietro le sue dense nubi, come questa sera. C’è un temporale in lontananza che forse sta andando via. Domani è la tappa più bella del Tour ma non c’è tempo per pensare a queste cose visto che non ho ancora mangiato e la mia tenda è ancora da montare. Risuona qui vicino il rombo del fiume che attravers questo posto. Non è ancora il temporale che forse se ne andrà.

27 Luglio 1998
Cinque chilometri dalla vetta ed un'acqua che Dio la manda a secchiate. Congelo nella tuta da motociclista mentre la nebbia sale lenta in stracci dalla valle. A tratti non si vede nulla. Fa talmente freddo che quando passa un'automobile bisogna ripararsi dall'aria che smuove. E' pieno Luglio e sembra una giornata di Novembre. Quando la corsa si avvicina non ci sono notizie certe. Pare che Pantani sia caduto sul Croix de Fer ma nessuno sa nulla. Inutile sperare nelle vetture che precedono la corsa. Sono tutti ben chiusi all'interno al calduccio. Non ho più un vestito asciutto, la mia tenda giù a Valloire è zuppa d'acqua. Dopo una settimana di Tour non ne posso più di aspettare, di viaggiare. La corsa incombe. Non si vede nulla ma si sentono le urla dei tifosi che dai tornanti più in basso urlano come pazzi. Le loro grida rimbalzano sulla roccia che mi sovrasta e cadono dall’alto come in un gioco che rende ancor più magico questo momento. Quando passano i primi non sto più nella pelle. Ce n’è quattro davanti ed io non so nulla di ciò che accade dietro. Quando attacca Pantani?

27 Luglio 1998
Scendono tutti a valle; qui non rimane più nessuno. Ma io dove vado? Piove ancora ed il cielo è basso. Non ne posso più di pioggia e di bagnato. Mi sono rifugiato presso un locale di Valloire che sarebbe anche accogliente se non fosse tutto un via vai di persone. Tanta fretta e tanta furia di andarsene via. Io no. Sono padrone del mio tempo o, se vogliamo, non so dove andare. E poi, dove andare dopo una giornata così? Mai vista una corsa così avvincente, mai assistito ad un avvenimento così emozionante. E’ passato di fianco a me superando Escartin a velocità doppia. Poi ho trovato rifugio vicino ad un camper di Tedeschi molto attrezzato. Grazie alla parabolica ho visto il passaggio in vetta dove Pantani aveva già rifilato oltre due minuti e mezzo ad Ullrich. A quel punto i Tedeschi erano senza parole; ho preferito scendere a valle perché il tempo peggiorava ed avevo paura di rimanere bloccato dalla nebbia. Poco prima di Valloire era allestito un tendone con decine di persone che guardavano un grosso schermo; mi sono fermato e mi sono gustato gli ultimi chilometri di Pantani che, da solo, si andava a prendere la maglia ed il Tour. Gli Italiani urlavano e si abbracciavano saltando e contando e ridendo e giocando. Gli altri applaudivano. Dopo tanti anni di trasferte a guardare gli altri vincere stavolta tutti guardavano noi.
Scendono a valle ed io rimango qui; ancora stanotte, ai piedi di una montagna che non si vede. Sento il rumore del ruscello che solca il paese. Non ho un posto dove andare ne qualcuno con cui parlare ma stasera, se Dio vuole, non me ne frega niente.

28 Luglio 1998
Sono finalmente a casa; ho tanto atteso questo momento che quasi non mi accorgo di ciò che è passato. Non mi accorgo se tutto ciò che c’è stato mi potrà mancare. Quasi non mi spiace che tutto sia finito eppure già capisco che domani tornerò di nuovo a percorrere le stesse strade, tornerò ancora per centinaia di volte col pensiero a quei momenti. Quanto ci ho messo per tornare; non sembrava mai finita, mentre il cielo scorreva sopra di me ancora nel chiaro della sera. Ora mi pare di ricordare soltanto le cose piacevoli, mentre, se mi soffermo un poco, non è difficile tornare ai dubbi dei primi giorni, quando mi sentivo solo. E’ così lontano il caldo Mistral che caldissimo spingeva sul casco, e così lontana quella maledetta autostrada delle vacanze Francesi. Eppure quegli istanti, in cui ero così a disagio tra la gente, li ho davvero vissuti. Non riesco a tornare ad allora. Era ieri il freddo del Galibier, che però non sento più. A te, amico mio, è dedicato il diario di questo viaggio che forse non è mai esistito. A te, che hai visto per la prima volta il mare quando già avevi sessant’anni.
Cosa hai provato davanti a quel gigante?
La notte, quando ti svegli, riesci ancora a sentirne il suono?
Quanta gente ho incontrato in questo cammino, dietro ad una corsa che non ho realmente visto. Sono fuggito di luogo in luogo, e di persona in persona. Quello che mi chiese i documenti il primo giorno è come te che mi indicasti la strada perduta. Tu che avevi la mia stessa motocicletta in autostrada sei forse lo stesso che sorpresi a guardarmi di traverso o a colui che mi diede da bere. Che differenza c’è da chi mi chiese del mio viaggio a chi aveva semplicemente voglia di parlare od a chi mi ha scattato una foto, o di chi non aveva voglia di parlare o di chi era andato sui Pirenei solo per vedere passare Pantani? Chi aveva voglia di parlare è adesso diverso da chi ho incontrato per caso o per fortuna? O forse non è mai esistito?
Mi dimentico qualcosa? Qualcuno?
Chissà se solo uno tra loro potrà ricordarsi di me. Forse allora il mio viaggio riacquisterebbe un senso. Raccontami ancora.
Non ha senso ancora seguire queste maledette corse senza una meta, senza un senso, e cavalcare tempo e spazio in sella ad una moto che neppure riesce a ricordarmi se cerco o fuggo.
Mi basterebbe che solo uno di loro possa ricordare assieme a me, così; tanto per poter pensare di aver vissuto tutto davvero, anziché insistere a sforzarmi, adesso, di pensare al tuo racconto, che ancora mi tiene sveglio.
Ti prego, amico mio, raccontami ancora una volta, di quando hai visto il mare.

 

 

 

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